
La parola vintage è entrata da tempo nel linguaggio della moda. La usiamo per gli abiti, gli accessori, i mobili, le automobili e, qualche volta, anche per qualcosa che vintage non è affatto.
Perché vintage e stile vintage non sono la stessa cosa.
Un abito vintage appartiene realmente a un’altra epoca. È stato disegnato, tagliato e confezionato allora, con i tessuti, le proporzioni, le tecniche e il gusto del suo tempo.
Un abito realizzato oggi può invece ispirarsi agli anni Trenta, Cinquanta o Settanta, riprenderne una silhouette, un dettaglio o una lavorazione e sembrare perfettamente uscito da quell’epoca. Ma rimane un abito contemporaneo.
La distinzione può sembrare sottile. Per chi lavora con gli abiti, non lo è affatto.
Quando un abito diventa vintage?
La parola vintage arriva dal mondo del vino. In origine indicava l’annata, legata a una determinata vendemmia; nel tempo il termine è passato a indicare anche oggetti e capi appartenenti a un’epoca precedente e rappresentativi del loro periodo.
Non esiste una soglia universalmente accettata, anche se comunemente si tende a parlare di vintage per capi che abbiano almeno vent’anni.
Ma l’età, da sola, racconta poco di un abito.
Ci interessano molto di più il taglio, le proporzioni, i materiali e le lavorazioni che conserva del periodo nel quale è stato realizzato.
Un abito degli anni Cinquanta non è semplicemente una gonna ampia. Un abito degli anni Trenta non è soltanto una silhouette lunga e scivolata. Dietro quelle forme ci sono un modo di costruire gli abiti, i tessuti disponibili in quel momento e, soprattutto, un diverso modo di vestire il corpo.
Vintage autentico e ispirazione vintage
La moda ha sempre guardato al proprio passato.
Silhouette, maniche, scollature, pizzi, ricami e volumi scompaiono e ritornano continuamente, reinterpretati secondo il gusto del momento.
Anche un abito contemporaneo può nascere da un riferimento storico molto preciso. È il caso del nostro modello Wallis, realizzato intorno al 2010 e ispirato all’eleganza di Wallis Simpson. Il suo abito nuziale del 1937, firmato Mainbocher, è stato uno degli esempi che abbiamo raccontato parlando di abiti da sposa ispirati agli anni Trenta.
In questo caso parliamo di ispirazione vintage: la storia della moda è il punto di partenza, ma l’abito viene progettato e realizzato in un’altra epoca.

Quando un abito diventa parte della storia
Esiste poi un altro aspetto del vintage: quello legato non soltanto all’epoca di un abito, ma alla persona che lo ha indossato.
Alcuni capi diventano quasi inseparabili dalla propria storia.
Pensiamo all’abito tempestato di cristalli indossato da Marilyn Monroe nel 1962 per cantare Happy Birthday, Mr. President, oppure agli abiti di Audrey Hepburn, che ancora oggi continuano a essere studiati, esposti, venduti all’asta e reinterpretati.

Sul nostro blog abbiamo raccontato negli anni diverse di queste storie. Tra queste ce n’è una particolarmente curiosa: quella di un abito da sposa creato per Audrey Hepburn e mai indossato da lei, che finì per diventare l’abito da sposa di un’altra donna.
Forse proprio questa storia spiega meglio di tante definizioni il fascino di un autentico abito vintage: un vestito nasce in un determinato momento, può essere pensato per una persona e poi continuare il proprio percorso molto tempo dopo.
E se vintage è un abito da sposa?
Con un abito da sposa la questione diventa ancora più interessante.
Un vero abito da sposa vintage può essere acquistato perché ci si innamora della sua linea, del tessuto o dell’epoca alla quale appartiene. Ma può anche essere un abito rimasto per decenni in un armadio di famiglia: quello della mamma, della nonna o di una zia.
In entrambi i casi, quando arriva in atelier, non abbiamo davanti un’ispirazione. Abbiamo davanti l’abito vero.
E insieme all’abito arrivano questioni molto concrete.
Le proporzioni della nuova sposa possono essere completamente diverse. La lunghezza può non essere sufficiente. Un tessuto può essersi conservato perfettamente mentre un altro può essere diventato fragile. Una cerniera può essere sostituita, un ricamo recuperato, una parte dell’abito trasformata. Un elemento apparentemente secondario può offrire il materiale necessario per costruirne uno nuovo.
Bisogna capire che cosa conservare, che cosa modificare e fino a dove abbia senso intervenire.
Non esiste una regola.
A volte bastano pochissimi interventi perché un abito di molti decenni fa funzioni perfettamente sulla donna che lo indossa oggi.
Altre volte si conserva soltanto una parte e il resto viene ripensato. Un abito lungo può diventare corto. Una stola può diventare un paio di maniche. Ciò che rimane di un pizzo può trasformarsi in un accessorio.
E qualche volta, dopo aver provato, studiato e immaginato diverse possibilità, la scelta migliore è non trasformare l’abito.

Un abito del passato, una donna di oggi
È probabilmente questa la parte del vintage che ci interessa di più.
Non la nostalgia e neppure l’idea che tutto ciò che è vecchio debba necessariamente essere conservato o riutilizzato.
Quando lavoriamo su un abito vintage, la domanda non è soltanto: come possiamo recuperarlo?
La domanda è: può diventare davvero il suo abito?
Perché la storia che porta con sé è importante, ma non può diventare più importante della donna che dovrà indossarlo.
Negli anni sono arrivati nel nostro atelier abiti da sposa vintage diversissimi tra loro. Alcuni appartenevano alle mamme o alle nonne, uno a una zia; un altro era stato trovato in un mercatino. Alcuni hanno richiesto pochissimo lavoro, altri sono stati trasformati profondamente. E in un caso, dopo aver valutato le possibilità, la decisione è stata quella di non trasformare l’abito.
Sono storie molto diverse. E proprio per questo meritano di essere raccontate una per una.

Elena Petunina
Cofondatrice di Talea Couture
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Ti leggo volentieri nei commenti.

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