Qualche giorno fa abbiamo ricevuto una richiesta molto diretta.
“Vorrei sapere se potreste realizzare questo abito specifico. Sono già fissata con questo modello e vorrei sapere il range di prezzo.”
Una richiesta comprensibile.
Le future spose raccolgono immagini, salvano fotografie, costruiscono bacheche Pinterest e spesso si innamorano di un particolare abito.
Ma proprio da questa richiesta nasce una riflessione che accompagna il nostro lavoro da molti anni.
Un abito da sposa può ispirare.
Può suggerire una linea, un dettaglio, una proporzione.
Ma può davvero essere copiato?
La nostra risposta è no.
E non per una questione tecnica o commerciale.
Semplicemente perché la moda non funziona così.
Le fotografie sono un punto di partenza
Quando una sposa ci mostra un’immagine, non la consideriamo un progetto da replicare.
La consideriamo una fonte di informazioni.
Ci aiuta a capire cosa l’ha colpita:
- una scollatura,
- una manica,
- una silhouette,
- un tessuto,
- un’atmosfera.
L’obiettivo non è riprodurre un’immagine.
L’obiettivo è comprendere cosa quella fotografia racconta alla persona che abbiamo davanti.
Per questo motivo chiediamo sempre alle nostre spose di portarci fotografie, immagini e riferimenti.
Non per copiarli.
Per interpretarli.
Le idee viaggiano nel tempo
La storia della moda è fatta di continui rimandi.
Gli stilisti consultano archivi, fotografie, disegni e collezioni del passato alla ricerca di forme e proporzioni da reinterpretare.
Osservando, per esempio, queste immagini, realizzate in epoche diverse, è possibile riconoscere un elemento comune: il volume accentuato sul bacino.
Un dettaglio che oggi può apparire insolito, ma che appartiene da tempo al linguaggio della moda.

Quando una maison lancia una tendenza
Non tutte le reinterpretazioni hanno lo stesso impatto.
Le grandi maison possiedono una forza comunicativa e un’autorevolezza tali da poter riportare alla ribalta forme dimenticate o poco diffuse.
La silhouette con il volume accentuato sul bacino, vista negli archivi storici, riappare oggi nelle collezioni Dior.

Questo non significa che diventerà immediatamente una scelta comune.
Forse, però, dovremo iniziare ad abituarci all’idea di un bacino più presente e dichiarato. La storia della moda ci ha insegnato più volte che ciò che oggi ci sorprende può diventare perfettamente normale nel giro di qualche stagione.
È successo anche con il linguaggio di Vivienne Westwood.
Per anni corsetti strutturati, drappeggi e richiami agli abiti vittoriani sono rimasti legati a un’estetica molto riconoscibile e lontana dall’immaginario della sposa tradizionale.

Oggi molti di quegli elementi sono entrati nel linguaggio dell’abito da sposa contemporaneo e vengono scelti da donne molto diverse tra loro.
Un esempio iconico è proprio l’abito creato da Vivienne Westwood per Dita Von Teese, di cui abbiamo parlato nell’articolo dedicato all’abito da sposa di Dita Von Teese.
Forse la stessa Vivienne Westwood non ha fatto in tempo a vedere fino in fondo quanto la sua visione avrebbe influenzato le generazioni successive di spose.
Dove sta la differenza
L’altro giorno, tornando in atelier in tram, stavo stavo curiosando tra le immagini di una recente collezione di Sara Mrad, stilista libanese conosciuta per le sue creazioni couture e gli abiti da sposa scenografici.
A un certo punto mi sono fermata.
Un abito in particolare mi ha riportato immediatamente alla mente Junon, uno dei modelli più celebri di Christian Dior.

Quando si osservano le due immagini affiancate, il riferimento appare evidente.
L’idea del fiore trasformato in abito, la costruzione a petali, il volume.
Eppure non si tratta dello stesso modello.
Cambiano le proporzioni, i materiali, il modo in cui il volume viene costruito e distribuito sul corpo.
Il riferimento è riconoscibile, ma il risultato appartiene a un’altra epoca e a un altro autore.
È proprio qui che sta la differenza tra reinterpretazione e copia.
Alcune silhouette non passano mai di moda
Ci sono linee che attraversano i decenni con una continuità sorprendente.
È il caso dell’eleganza associata ad Audrey Hepburn, che continua ancora oggi a ispirare molte interpretazioni contemporanee dell’abito da sposa.
Ne abbiamo parlato anche nell’articolo dedicato a:
Abito da sposa stile Audrey Hepburn
Anche in questo caso non si tratta di riprodurre un’immagine del passato.
Si tratta di reinterpretarne lo spirito.
Anche noi reinterpretamo
Questo principio vale anche all’interno del nostro atelier.
Negli anni alcuni modelli sono cambiati, si sono evoluti e hanno trovato nuove forme.
Non perché fossero sbagliati.
Perché il progetto continua a maturare.

La versione attuale conserva l’idea iniziale, ma la interpreta in modo diverso.
Cambiano i tessuti.
Cambiano le proporzioni.
Cambia il modo di raccontare lo stesso concetto.
Ed è proprio questo il lavoro della progettazione.
Un abito da sposa non si copia
Le idee non scompaiono.
Viaggiano nel tempo.
Vengono riprese, trasformate, reinterpretate e adattate a persone diverse, epoche diverse e sensibilità diverse.
Per questo motivo, quando una sposa entra in atelier con una fotografia, non vediamo un modello da replicare.
Vediamo un punto di partenza.
Perché un abito da sposa non nasce dalla copia di un’immagine.
Nasce dall’incontro tra un’ispirazione e una persona reale.
Porta le tue idee. Anche se sono solo uno scarabocchio.
Le spose arrivano quasi sempre con immagini salvate nel telefono.
A volte sono fotografie trovate online.
A volte sono dettagli ritagliati da più abiti diversi.
Qualche volta arriva anche un disegno realizzato da un’amica designer.
E, ogni tanto, uno schizzo fatto dalla sposa stessa.
Sono quelli che ci fanno più tenerezza.
Non importa che il disegno sia perfetto.
Non importa che le proporzioni siano corrette.
Per noi è un modo prezioso per capire cosa hai in mente.
Ogni immagine, ogni appunto e ogni schizzo raccontano qualcosa.
Il nostro compito non è copiare quel materiale.
È ascoltarlo, interpretarlo e trasformarlo in un abito che funzioni davvero sulla persona che lo indosserà.

Elena Petunina
Cofondatrice di Talea Couture
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Ti leggo volentieri nei commenti.




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