
Nel 1814 il pittore scozzese Patrick Syme pubblicò un piccolo libro destinato a naturalisti, botanici e viaggiatori. Per ogni colore non si limitò a scrivere “rosso” o “verde”, ma gli diede un’identità precisa, collegandolo a fiori, piumaggi, minerali e frutti. Charles Darwin lo portò con sé durante il viaggio del Beagle, perché a volte una parola generica non basta per raccontare ciò che si ha davanti agli occhi.

Anche noi, forse senza rendercene conto, facciamo qualcosa di simile. Durante una passeggiata non vediamo semplicemente alberi e fiori. Vediamo un giallo che potrebbe diventare un abito, il verde di una foglia che cambia con la luce, il rosa di una magnolia che ricorda un’organza. Da qui è nata questa piccola raccolta di colori.
Sabato ho finito di lavorare un paio d’ore prima del solito.
È il mio piccolo rito: quando posso torno a casa a piedi, attraversando Milano senza fretta.
Quella volta avevo anche un’altra idea in testa: comprare finalmente quel vestito lungo color testa di moro che avevo già adocchiato qualche giorno prima. Un semplice abito di cotone, perfetto per una serata in campagna. Forse è anche per questo che la mia mente era già sintonizzata sui colori.
Non immaginavo che quella passeggiata mi avrebbe regalato un nuovo articolo.
Camminando in via Gentilino ho notato qualcosa di nuovo. Il grande palazzo color giallo ocra era appena stato ridipinto. Fino a poco tempo prima era nascosto dalle impalcature. Anche la strada era cambiata: meno traffico, grandi vasi rossi, panchine, tavoli da ping pong. Tutto aveva ancora quell’aria di novità che conservano i luoghi appena restituiti alla città.

Poco più avanti, nel piccolo parco, ho visto un platano.
Anzi, un platano anomalo.
Milano è piena di platani. Passo spesso da quella strada e non ci avevo mai fatto caso. Questo invece era diverso dagli altri. Mi sono avvicinata. Ho tolto gli occhiali da sole. E mi è venuta in mente una nostra cliente.
L’anno scorso stavamo scegliendo il colore della sua bourette di seta. Al telefono cercavo di descriverglielo: non era beige, non era giallo. Inventavo definizioni improbabili, qualcosa come “limoncello diluito con un po’ di latte”. Alla fine rinunciai e le dissi semplicemente di venire in atelier a vedere la cartella colori.

Davanti a quel platano ho sorriso.
Forse avrei dovuto dirle:
“È color platano.”
Naturalmente scherzo. Ma quella corteccia aveva davvero lo stesso tono della sua bourette, con quelle sfumature naturali che nessuna mazzetta RAL riesce a raccontare.
Ripensandoci, mi sono accorta che molte delle nostre spose hanno scelto un colore che nasceva da un ricordo, da un luogo o da una storia.
Micol desiderava un abito giallo. Lo chiamavamo “giallo palazzo”, pensando alle facciate milanesi illuminate dal sole estivo. Non è il primo giallo nella storia della moda sposa: anche Elizabeth Taylor lo scelse due volte, prima nel suo celebre matrimonio con Richard Burton e molti anni dopo nell’abito firmato Valentino.

Chi è incuriosito da Elizabeth Taylor può scoprire la storia completa del suo secondo abito giallo e, allo stesso tempo, entrare nella retrospettiva su Valentino Garavani.
Ma il giallo di Micol aveva un significato tutto suo. Era un colore luminoso, pieno di vita, perfetto per lei.

Marta, invece, aveva già immaginato tutto.
Lungo la navata della chiesa sarebbero state sistemate tante vere piantine di menta che, al termine della cerimonia, sarebbero diventate bomboniere per gli invitati. Era una scelta semplice, sostenibile e profondamente sua.
L’abito non poteva che essere color menta. Per ottenere la sfumatura desiderata, sovrapponemmo all’organza di seta color menta un secondo strato di organza bianca ricamata e traforata. La luce attraversava entrambi i tessuti, schiarendo il colore e rendendolo ancora più delicato, proprio come le foglie di menta illuminate dal sole.

Martina ci portò ancora più lontano.
Con il suo futuro marito aveva scelto Lampedusa per un matrimonio segreto, un elopement affacciato sul mare. Per la sua gonna sovrapponemmo veli di rosa diversi, studiando le sfumature del cielo al tramonto. Non volevamo ottenere un “rosa”. Cercavamo quella luce che dura pochi minuti, quando il sole è appena scomparso e il mare continua a rifletterlo.

Anche Tania, quando realizzò il proprio abito da sposa, partì dal tessuto.
Vide una seta rosa antico in vetrina e fu un colpo di fulmine. Lo stesso che aveva provato anni prima, da studentessa, davanti a un tessuto color cacao fondente con cui avrebbe realizzato il suo abito di diploma.
Di quella storia abbiamo parlato più diffusamente nell’articolo dedicato a Sveva, il modello nato proprio da quel progetto di fine corso e cresciuto insieme alla nostra sartoria.

Prima viene la materia.
Poi nasce l’abito.
La sera, durante una cena con amici, la conversazione scivolò sulla pittura.
Uno di loro raccontava gli anni dell’Accademia di Brera: gli studi iniziavano sempre dai maestri classici. Poi ognuno trovava la propria strada. C’era chi diventava fotografo, chi pittore, chi sceglieva linguaggi contemporanei.
Quelle parole mi fecero pensare a Leonardo da Vinci.
Qualche anno fa gli avevamo persino dedicato un articolo, raccontando il suo rapporto con Milano e il suo sorprendente ruolo nell’organizzazione delle feste di corte. Se ti incuriosisce, lo trovi qui.
Quando preparai l’articolo dedicato a Leonardo da Vinci, rimasi colpita dai suoi ritratti femminili. Non solo per le espressioni, ma per la tavolozza: terre, ocre, verdi attenuati, colori che sembrano nascere dalla natura più che dalla tavolozza di un pittore.
Forse è questo il motivo per cui ci sentiamo così vicine ai colori naturali.
Sono gli stessi che per secoli hanno accompagnato l’arte, l’architettura e i tessuti.
Non hanno bisogno di stupire.
Esistono da sempre.
Ripensando a quella passeggiata mi sono accorta che, in fondo, nessuno di questi colori è nato da un codice.
Uno è nato da una facciata milanese.
Uno dal profumo della menta.
Uno dalla luce di un tramonto sul mare.
Uno ho ritrovato nella corteccia di un platano.
In atelier non distinguiamo mai troppo fra cultura alta e vita quotidiana. Un dipinto di Leonardo, una passeggiata a Milano, un tramonto a Lampedusa o la corteccia di un platano possono insegnarci la stessa cosa. Basta guardare con attenzione.
A volte la natura ci suggerisce un solo colore. Altre volte ci regala una tavolozza intera. Come in questo tessuto, che sembra dipinto ad acquerello tra le magnolie in fiore. Perché l’ispirazione non è mai una copia della natura. È il nostro modo di interpretarla.

Da oltre due secoli cambiano gli strumenti, ma non il gesto. C’è ancora qualcuno che si ferma davanti a un colore e prova a capire come raccontarlo. Noi, semplicemente, lo raccontiamo con ago, filo e tessuto.

Elena Petunina
Cofondatrice di Talea Couture
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