“La sostenibilità non è un obiettivo finale, è un percorso.” – Eileen Fisher
La sostenibilità è diventata una delle parole più utilizzate nella comunicazione della moda. La incontriamo nelle campagne pubblicitarie, nelle descrizioni dei tessuti, nelle collezioni e nelle dichiarazioni dei marchi.
Si parla di rispetto per l’ambiente, di responsabilità, di futuro del pianeta. Sono concetti importanti, ma qualche volta le parole sono così generiche che diventa difficile capire che cosa ci sia realmente dietro.
È qui che entra in gioco il greenwashing: una comunicazione che presenta prodotti e attività come più sostenibili di quanto sia possibile dimostrare.
Noi preferiamo partire da una domanda più semplice: che cosa possiamo raccontare con certezza del nostro lavoro?
Quello che sappiamo e quello che non sappiamo
Quando scegliamo un tessuto, possiamo conoscerne la composizione, la provenienza dichiarata dal fornitore e le caratteristiche tecniche. Possiamo valutarne la qualità, la mano, la durata e il comportamento durante la lavorazione.
Non possiamo invece ricostruire autonomamente ogni passaggio della sua produzione, dalla materia prima fino al nostro laboratorio.
Possiamo però sapere con precisione che cosa succede da quando quel tessuto entra dalla nostra porta.
Sappiamo quanto ne ordiniamo. Sappiamo perché lo ordiniamo. Sappiamo per quale abito verrà utilizzato. Sappiamo come viene tagliato e chi lo lavorerà.
È una dimensione molto piccola rispetto alla complessità dell’industria della moda. Ma è la parte della quale possiamo parlare senza slogan.
È anche il punto da cui siamo partite per riflettere su che cosa significhi davvero Made in Italy.
Produrre solo quello che serve
Nel nostro atelier gli abiti vengono realizzati esclusivamente su ordinazione. Non produciamo collezioni destinate a rimanere in magazzino e non abbiamo abiti invenduti da smaltire alla fine della stagione.
Ogni progetto nasce per una persona precisa, con le sue misure, le sue esigenze e le sue preferenze.
Questo non significa che la nostra attività non abbia un impatto ambientale. Significa però che possiamo evitare una delle contraddizioni più evidenti della moda contemporanea: produrre capi senza sapere se qualcuno li indosserà.
Anche il consumo dei materiali viene programmato in funzione del singolo abito. Ordiniamo quello che serve e cerchiamo di organizzare il taglio per limitare gli sprechi.

Il risparmio finisce nei materiali
Lavorare senza una produzione in serie e senza una rete di rivenditori ci permette di organizzare diversamente i costi.
Una parte delle risorse può essere destinata alla qualità dei tessuti e delle lavorazioni.
Utilizziamo prevalentemente seta, ma anche lana, viscosa, triacetato e altri materiali, scegliendoli in base alle caratteristiche richieste dal progetto. Non crediamo che sia sufficiente distinguere i tessuti in naturali e sintetici per stabilire automaticamente quali siano migliori.
Ogni fibra presenta caratteristiche, vantaggi e limiti. Anche il modo in cui viene utilizzata e la durata del capo hanno la loro importanza.
La combinazione di fibre diverse può essere anche una scelta progettuale ed economica. Nell’abito di Damiana, per esempio, abbiamo utilizzato il triacetato come base, ricoprendolo con chiffon crêpon di seta. Due materiali differenti che lavorano insieme, permettendoci di ottenere il risultato desiderato mantenendo un prezzo accessibile rispetto a una realizzazione interamente in seta.

Ma un abito da sposa quanto deve durare?
Un abito da sposa viene spesso indossato una sola volta. È una particolarità che rende inevitabile una riflessione sulla sua durata e sul suo destino dopo il matrimonio.
Non tutti gli abiti possono essere trasformati in capi da utilizzare quotidianamente. Un grande volume, uno strascico o un ricamo importante fanno parte di una scelta estetica precisa, e non c’è ragione di negarli.
Possiamo però progettare alcuni elementi pensando anche a un utilizzo successivo.
Una gonna, una blusa, una giacca o una stola possono avere una vita indipendente dall’insieme originale.
L’abito di Marina è un esempio interessante. Per il suo matrimonio abbiamo realizzato una gonna importante in mikado, abbinata a una maglia e a una grande stola in lana Loro Piana, entrambe su misura. La gonna nasceva per un’occasione speciale, mentre la maglia e la stola potevano continuare a essere indossate anche successivamente.

Con gli scarti del tessuto della gonna abbiamo realizzato anche una piccola borsa.

Non abbiamo rinunciato a nulla dell’abito da sposa, ma abbiamo cercato di utilizzare al meglio ogni materiale.
I piccoli gesti sartoriali
Ci sono poi piccoli gesti quotidiani ai quali non attribuiamo particolare importanza, ma che raccontano qualcosa del nostro modo di lavorare.
Per esempio, le scatoline dei confetti che riceviamo dalle nostre spose. Alcune sono così graziose che sarebbe un peccato buttarle. Così diventano contenitori per bottoni e piccoli accessori, trovando una seconda vita sui nostri tavoli di lavoro.

Oppure capita di dover correggere leggermente la tonalità di un materiale. Per l’abito di Valentina, ad esempio, abbiamo immerso alcune frange troppo bianche nella camomilla, per ottenere una sfumatura più calda e armonizzarle con il tessuto.

Certo, tingere qualche frangia nella camomilla non è una grande impresa ecologica. È soltanto uno di quei piccoli espedienti che fanno parte della nostra quotidianità in atelier.
Ma conosco qualcuno che con la tintura dei tessuti fa cose decisamente più interessanti.
Quando gli avanzi di seta diventano piccoli capolavori
Valeria è una mia cara amica, compagna di università, che ogni tanto passa in atelier a ritirare i nostri ritagli di organza e chiffon di seta, rigorosamente bianchi.
Lei li tinge personalmente e li trasforma in fiori, foglie, piccoli frutti e persino zucche, attraverso tecniche che ha inventato e sviluppato nel tempo.
Realizza spille, orecchini e oggetti decorativi ispirati alla natura, con una capacità di osservazione e interpretazione sorprendente. A volte è difficile credere che quelle forme così realistiche siano nate da semplici pezzi di tessuto.

Quello che per noi è un avanzo, nelle sue mani diventa il principio di una nuova creazione.
Recuperare ciò che esiste e dare valore a ciò che rimane.
Una questione di consapevolezza
Non pretendiamo che questi piccoli gesti possano cambiare l’industria della moda. Sappiamo bene quanto sia complessa la questione della sostenibilità e quanti aspetti sfuggano al nostro controllo.
Ma possiamo scegliere come lavorare, quanto materiale utilizzare, che cosa conservare e quale destinazione dare a ciò che rimane.
In fondo, lavoravamo così anche prima che la sostenibilità diventasse un argomento tanto discusso. Non per seguire una tendenza, ma perché questo è il nostro modo di intendere il lavoro.
Forse, prima ancora di parlare di sostenibilità, dovremmo parlare di consapevolezza. Non si tratta di dimostrare quanto siamo sostenibili, ma di essere consapevoli di ciò che facciamo, delle nostre scelte e dei nostri limiti.

Elena Petunina
Cofondatrice di Talea Couture
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