
Il Made in Italy è morto? Direi di no. Almeno non del tutto.
Negli ultimi mesi mi sono imbattuta più volte in articoli sulla crisi del Made in Italy. Qualcuno usa parole ancora più forti: mito, inganno, persino morte.
Le ragioni non mancano. Marchi storicamente italiani che oggi appartengono a gruppi internazionali, produzioni divise tra molti fornitori, subappalti difficili da controllare, costi di lavorazione sempre più bassi mentre il prezzo finale continua a parlare di esclusività, tradizione e artigianalità.
Eppure, lavorando ogni giorno in un atelier a Milano, faccio fatica a pensare che il Made in Italy sia morto.
Forse il problema è più semplice: non sappiamo più bene che cosa significhi.
Che cosa deve essere italiano?
Perché un capo possa essere considerato Made in Italy, che cosa deve essere italiano?
Il marchio? La proprietà dell’azienda? Il designer? Il tessuto? La confezione? Le persone che lo realizzano? Tutta la filiera?
Molte aziende simbolo della moda italiana oggi appartengono a gruppi stranieri. Questo le rende meno italiane? E un marchio di proprietà italiana che produce in diversi Paesi lo è di più?
Ho trovato anche un’altra definizione: Made by Italians, fatto dagli italiani. L’idea è che il valore possa stare soprattutto nelle persone e nelle loro competenze, più che nel luogo in cui si produce.
Ma anche questa formula mi lascia perplessa.
Io e la mia socia Tania, per esempio, abbiamo entrambe due passaporti: russo e italiano. Quale dovremmo mostrare per stabilire se un abito che realizziamo è italiano?
Naturalmente è una provocazione. Ma la domanda non è poi così assurda.
Un mestiere non si eredita con la cittadinanza. Si impara.
Una persona nata dall’altra parte del mondo può imparare un mestiere in Italia, acquisire le sue tecniche e farle proprie. E avere un passaporto italiano, naturalmente, non significa saper fare un abito.
Allora forse la domanda interessante non è soltanto chi lo ha fatto, ma anche come ha imparato a farlo.
Imparare un lavoro manuale richiede tempo
Di questo si parla poco.
La manualità richiede tempo. Molto. Nel nostro lavoro, artigianalità significa anche questo: ripetere gli stessi gesti fino a farli diventare precisi.
Simone Balducci, presidente di Federmoda Firenze, parlando della difficoltà di trovare personale qualificato, indica almeno cinque anni di apprendistato e dieci per formare un lavoratore capace di garantire davvero cura e precisione. E ricorda che la tecnologia non può sostituire completamente le abilità manuali e quella che definisce “intelligenza artigianale”.
A me questi numeri non sembrano affatto esagerati.
Dalle piccinine alle mezzane
Nelle sartorie milanesi di inizio Novecento le più giovani erano le piccinine. Bambine e ragazzine che svolgevano soprattutto le mansioni più semplici e faticose del laboratorio e che, almeno in teoria, entravano così nell’apprendistato del mestiere.
A riportare questa storia alla luce è anche Silvia Montemurro nel romanzo La piccinina, pubblicato da Edizioni E/O nel 2023. Il libro racconta, attraverso la storia di Nora, le bambine e le adolescenti che lavoravano nelle botteghe milanesi e lo sciopero che nel 1902 le vide protestare per dieci giorni contro lo sfruttamento e le condizioni di lavoro.
Non c’è niente da rimpiangere in quel sistema. Ma mi interessa un altro aspetto della loro storia: quanto era lungo il percorso per imparare un mestiere.
Dopo le piccinine venivano le mezzane, ragazze che avevano già acquisito una certa esperienza ma non erano ancora lavoranti complete.
E questa gerarchia è durata molto più a lungo di quanto immaginassi.
Quando mio marito, nel 1966, iniziò a lavorare come sarto da Curiel a Milano, le mezzane c’erano ancora. A lui ne assegnarono una.
Sono passati più di sessant’anni, ma il principio che stava dietro a quella organizzazione del lavoro è facile da capire ancora oggi: si imparava lavorando accanto a qualcuno che sapeva fare più di te. E poi si faceva. E si rifaceva.
Una tecnica si può spiegare. Un procedimento si può mostrare. Ma per acquisire davvero la mano bisogna ripeterlo tante volte.
E qui mi viene in mente un’altra persona della Milano sartoriale che abbiamo conosciuto noi.
La signora Di Muzio e gli occhielli
Nei primi anni della nostra sartoria, per gli occhielli fatti a mano sulle giacche ci rivolgevamo alla signora Di Muzio.
Era un’occhiellaia e lavorava per diverse sartorie di Milano. Faceva praticamente solo quello.
Può sembrare una specializzazione incredibilmente stretta. In realtà di occhielli fatti a mano ne esistono diversi tipi, e lei li sapeva fare tutti. Perfetti.

Quando aveva 78 o 79 anni ci disse che non avrebbe più continuato. Non ci vedeva abbastanza bene.
Prima di smettere ci regalò tutta la sua scorta di fili di seta.
Quella scatola di fili è ancora nella nostra sartoria. Non sappiamo se oggi qualcuno a Milano faccia ancora quel lavoro con la stessa specializzazione. Noi, almeno, non sapremmo dove trovare un’altra occhiellaia come lei.

Il punto dell’occhiello lo sappiamo fare anche noi. Ma non ci viene come veniva a lei. Per ottenere quella regolarità e quella precisione bisogna farne tanti. Tantissimi. Bisogna prendere la mano.
Io, per esempio, sulla piccola virgola dell’occhiello ancora combatto: mi viene storta e ci metto anche un sacco di tempo.
Signora Di Muzio, come facevi?
Così oggi sulle nostre giacche faccio soprattutto asole profilate, con due piccoli profili nello stesso tessuto dell’abito. Le giacche, naturalmente, non possiamo lasciarle senza asole.
Forse questa piccola storia spiega meglio di tante definizioni che cosa rischiamo di perdere.
La scatola dei fili si può conservare.
La mano no.
Quando rimane soltanto l’etichetta
Il Made in Italy ha costruito la propria reputazione anche grazie a questo: persone molto specializzate, distretti produttivi, conoscenza dei materiali, mestieri imparati nel tempo.
Se queste competenze si perdono, quanto valore rimane nella scritta Made in Italy?
Negli ultimi anni diverse inchieste sulla moda hanno mostrato filiere molto lunghe, passaggi di subappalto e una distanza sempre maggiore tra il marchio che vende un capo e chi materialmente lo produce.
Non è soltanto una questione di sapere in quale Paese è stata fatta una cucitura.
Vorremmo poter capire un po’ meglio dove è stato fatto un prodotto, da chi e in quali condizioni.
Questo non significa dire che il piccolo laboratorio è sempre buono e la grande industria sempre cattiva. E nemmeno che una volta tutto veniva fatto meglio. Le condizioni delle piccinine milanesi ci ricordano molto bene che non era così.
Ma se continuiamo a usare il Made in Italy per raccontare un certo modo di fare le cose, quel modo di fare deve esistere davvero.
A Parigi hanno fatto una cosa molto semplice
Ed è qui che mi sono imbattuta in qualcosa che mi è piaciuto molto.
Si chiama Fabriqué à Paris.

È un label creato dalla Ville de Paris nel 2017 per riconoscere i prodotti realmente fabbricati o trasformati all’interno della città. Esiste anche una categoria dedicata alla moda e agli accessori.
Non è soltanto un logo. La città dà visibilità agli artigiani e ai produttori, organizza iniziative e aiuta a far conoscere queste realtà. Tra gli obiettivi c’è anche la trasmissione dei savoir-faire.
Confesso che, guardando quel piccolo marchio, provo un pizzico d’invidia.
Milano è una delle capitali mondiali della moda. Ha una storia di sartorie, laboratori e mestieri che attraversa generazioni. Eppure non abbiamo qualcosa di simile che permetta di dire, molto semplicemente:
questo è stato fatto a Milano.
Non soltanto disegnato qui. Non soltanto venduto qui. Fatto qui.
Mentre scrivo queste righe, a pochi metri da me ci sono abiti che a Milano vengono pensati, costruiti, tagliati, provati, modificati e finiti.
Non serve inventare una storia intorno a loro.
Sono stati fatti qui.
Forse Parigi ha avuto un’idea molto semplice: invece di parlare soltanto in generale di ciò che è francese, ha deciso di rendere visibile ciò che viene realmente fatto nella città.
Peccato che a Milano, almeno per ora, non ci sia qualcosa di analogo.
Nel frattempo continuiamo a cucire la nostra etichetta Talea Couture dentro ogni abito che esce dalla sartoria. Non dice “Fabriqué à Milano”. Ma noi sappiamo esattamente dove è stato fatto.

Allora, il Made in Italy è morto?
Dopo tutto quello che ho letto, direi ancora di no.
Ma oggi la scritta Made in Italy, da sola, mi sembra dire meno di quanto dicesse una volta.
Non basta che un’azienda sia italiana. Non basta il luogo di nascita di un designer. Non basta il passaporto di chi lavora. E non basta nemmeno una bella storia raccontata intorno a un prodotto.
Servono persone che conoscano bene il proprio mestiere. Qualcuno a cui insegnarlo. Luoghi nei quali continuare a praticarlo. Una filiera che permetta di capire abbastanza chiaramente dove e come è stata fatta una cosa.
E serve tempo.
Tempo per imparare. Tempo per fare esperienza. E tempo per fare bene un capo.
Forse il Made in Italy non è morto.
Forse è diventato semplicemente più difficile da riconoscere.
E dopo averci ragionato tanto, mi accorgo che per cercarlo sono partita dall’Italia e sono finita sempre nello stesso posto: Milano.
Nelle piccinine di inizio Novecento. Nelle mezzane che c’erano ancora da Curiel nel 1966. Nella signora Di Muzio e nei suoi occhielli. Nella sua scatola di fili di seta che è ancora qui. E nei laboratori e negli atelier dove qualcuno continua ogni giorno a imparare, fare e insegnare un mestiere.
Forse è proprio così che il Made in Italy continua a esistere: in posti molto precisi.
E il nostro, semplicemente, è Milano.

Elena Petunina
Cofondatrice di Talea Couture
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