
Settembre in sartoria è un mese strano. Cominciano ad arrivare le spose dell’anno prossimo, mentre la stagione precedente non è ancora finita.
Sul tavolo ci sono già i primi progetti per le spose 2027, ma intanto continuiamo con le ultime prove e le consegne del 2026. Arrivano le fotografie dei matrimoni appena celebrati e riaffiorano abiti e storie che abbiamo seguito per mesi.
Tutto si sovrappone un po’. Come in un caleidoscopio.
Avevo anch’io quel piccolo tubo magico da bambina. Bastava girarlo lentamente e i frammenti colorati si ricomponevano ogni volta in un disegno diverso.
Avevo quasi dimenticato persino il suo nome. L’oggetto, invece, era rimasto da qualche parte nella memoria.
Forse mi è tornato in mente proprio adesso perché cerco di guardare da una certa distanza quello che è passato dalla sartoria in questi mesi e quello che sta già cominciando. A volte basta allontanarsi appena dalle cose per vederle diversamente.
Ho girato idealmente il tubo. E dentro ci ho ritrovato la sartoria.
D’altra parte, cos’altro potevo trovarci? Ognuno ha la propria piccola deformazione professionale: anche quando proviamo a cambiare punto di vista, finiamo inevitabilmente per guardare il mondo attraverso ciò che conosciamo meglio.
Così, dentro il caleidoscopio, io ho cominciato a vedere tessuti, pizzi, abiti e spose.
Gli stessi frammenti, un disegno sempre diverso
Ve lo ricordate? Lo avevate anche voi un caleidoscopio?
Quel piccolo tubo da avvicinare all’occhio e girare lentamente, aspettando di vedere quale disegno sarebbe comparso.
Da più di duecento anni facciamo proprio questo. A inventarlo, nel 1816, fu lo scienziato scozzese David Brewster, che studiava la luce e le sue proprietà.
Il principio è sorprendentemente semplice: specchi e piccoli frammenti colorati racchiusi in un tubo.
Basta girarlo e tutto cambia.
I frammenti rimangono gli stessi, ma cambiano posizione. Gli specchi moltiplicano le loro immagini e davanti agli occhi compare ogni volta un disegno nuovo.
Pochi elementi, combinazioni quasi infinite.

Forse è proprio questo che continua ad affascinare. Sappiamo benissimo che dentro quel tubo non c’è nessuna magia. Eppure viene voglia di girarlo ancora una volta, soltanto per vedere che cosa apparirà.
E, pensandoci, in sartoria succede continuamente qualcosa di simile.
Forse è proprio questo gioco di frammenti, ripetizioni e riflessi che mi fa pensare a certi ricami. Piccoli elementi, perline, cristalli, paillettes, che, accostati uno all’altro, costruiscono un disegno.
Guardando alcuni ricami di Pino Grasso, storico ricamatore milanese dell’alta moda, l’associazione mi è venuta quasi spontanea.
Ogni sposa arriva con il suo caleidoscopio
Oggi quasi nessuna sposa arriva al primo appuntamento senza qualche immagine salvata sul telefono.
A volte sono poche e molto coerenti tra loro. Altre volte sembrano appartenere ad abiti completamente diversi: una scollatura, una manica, un tessuto, un dettaglio conservato senza neppure ricordare dove sia stato trovato.
Non sono istruzioni per costruire un abito.
Sono frammenti.
Il nostro lavoro comincia spesso proprio cercando di capire che cosa, in quelle immagini, abbia attirato davvero la sua attenzione. È l’abito intero? Oppure una linea, una proporzione, il modo in cui cade un tessuto?
A volte basta isolare un particolare perché tutto il resto perda improvvisamente importanza.
Quelle immagini, a quel punto, non sono più modelli da seguire. Alcune vengono scartate, altre rimangono. Qualcuna cambia significato quando la guardiamo sulla persona che abbiamo davanti.
I frammenti cominciano a trovare un posto.
Ed è qui che il caleidoscopio, per me, comincia ad assomigliare a un mosaico.
Dal caleidoscopio al mosaico
Nel caleidoscopio i frammenti si muovono liberamente e ogni giro produce una nuova combinazione.
Nel mosaico accade qualcosa di diverso: la tessera viene scelta e trova il suo posto.
Un elemento può essere bellissimo da solo e non appartenere al disegno che stiamo costruendo. Un pizzo può essere meraviglioso e parlare una lingua diversa dal resto dell’abito. Un dettaglio visto su un’altra sposa può perdere completamente senso quando cambia la persona che lo indossa.
Non basta che una tessera sia bella. Deve appartenere al mosaico.
La parola stessa nasconde una storia che mi piace particolarmente. Mosaico è legato alle Muse, le figure che nell’antichità proteggevano le arti e ispiravano gli artisti.
Viene spontaneo, allora, pensare alla sposa come alla nostra musa. Non nel senso un po’ romantico della frase fatta.
È la persona che abbiamo davanti a mettere in moto il progetto.
Porta immagini, desideri, cose che ama e altre che rifiuta senza esitazione. Ma soprattutto porta se stessa: il suo corpo, il suo modo di muoversi e il matrimonio che immagina.
I frammenti che aveva raccolto possono così diventare tessere.
Ma il disegno deve essere il suo.

L’ispirazione, del resto, segue spesso strade imprevedibili. I mosaici bizantini di Ravenna affascinarono anche Coco Chanel e Fulco di Verdura e riapparvero, trasformati, nel linguaggio dei loro gioielli. Ne avevo raccontato la storia anni fa proprio su questo blog.
Un mosaico non era diventato un altro mosaico. Era diventato un gioiello.
Anche le immagini che una sposa porta con sé possono fare questo percorso. Non devono essere riprodotte: possono suggerire qualcosa che, nel nuovo progetto, prenderà una forma completamente diversa.
Quando il mosaico diventa pizzo
Qualche volta, in sartoria, il mosaico smette persino di essere una metafora.
Succede con l’intarsio del pizzo.
Avevamo un bordo di pizzo che ci era particolarmente piaciuto. Nel tempo siamo tornati più volte su quel bordo, scegliendo e ritagliando i suoi motivi per costruire bluse e corpini diversi.

Il materiale di partenza era sempre lo stesso. Il risultato no.
Di questo lavoro abbiamo conservato alcune immagini che permettono di osservarlo bene da vicino: le bluse di Carmen, Giulia e Lavinia.

A prima vista alcune soluzioni possono sembrare simili, soprattutto nelle maniche. Guardando meglio, però, il disegno cambia.
Una blusa ha il colletto, un’altra lascia libero lo scollo. I motivi vengono scelti, ritagliati e ricomposti in maniera diversa. Cambiano i pieni e i vuoti e cambia il modo in cui il pizzo accompagna il corpo.
È esattamente ciò che accade componendo un mosaico: partiamo dalle tessere che abbiamo, ma non esiste un solo modo di metterle insieme.
E quando il lavoro riesce bene, alla fine le singole tessere quasi scompaiono. Non si deve più capire dove terminava il motivo originale e dove è cominciato il nostro intervento.
Si vede soltanto il disegno.
Un disegno ogni volta nuovo.
Quando il mosaico comincia a muoversi
Ma un abito da sposa non nasce per rimanere fermo sul manichino.
A un certo punto esce dalla sartoria.
La sposa lo indossa e comincia a vivere la sua giornata. Il tessuto incontra una luce diversa da quella dell’atelier, intorno compaiono persone e luoghi che durante le prove non c’erano.

Il mosaico che avevamo costruito con tanta attenzione comincia a muoversi.
Ed eccoci di nuovo dentro il caleidoscopio.
Il caleidoscopio di un matrimonio
Me ne sono accorta riguardando le fotografie del matrimonio di Elena.
Naturalmente c’è l’abito. Ma dopo un po’ l’abito smette quasi di essere il protagonista delle fotografie e diventa parte di ciò che sta accadendo.
Ci sono i preparativi, lo champagne, il rito dei nastri e tanti momenti che probabilmente sono durati soltanto pochi secondi.
Soprattutto, c’è una sposa che sta vivendo felicemente la sua giornata.
Una fotografia ne ferma un frammento. Quella successiva ne mostra già un altro.
Sono gli stessi protagonisti, lo stesso abito, lo stesso giorno. Eppure cambia continuamente la combinazione: la luce, il movimento, ciò che circonda Elena, quello che sta succedendo in quell’istante.
Forse è anche per questo che, a distanza di tempo, un album di matrimonio riesce a farci tornare dentro una giornata.
È una specie di caleidoscopio dei ricordi: basta passare da un’immagine all’altra e il disegno cambia di nuovo.
Girare ancora una volta il tubo
A settembre in sartoria ricominciamo da capo, ma non proprio.
Le nuove spose arrivano mentre le immagini delle precedenti sono ancora davanti ai nostri occhi. Ci sono progetti che esistono ancora soltanto nelle parole e fotografie che raccontano quelli ormai conclusi.
Forse è per questo che il caleidoscopio mi è tornato in mente proprio adesso.
Dentro quel piccolo tubo niente nasce dal nulla. Ci sono frammenti, luce, riflessi e un movimento che cambia continuamente il modo in cui li vediamo.
Anche in sartoria lavoriamo con elementi che, presi singolarmente, conosciamo da sempre.
Poi arriva una persona.
E basta girare appena il tubo perché il disegno non sia più lo stesso.

Elena Petunina
Cofondatrice di Talea Couture
Hai una domanda o una riflessione da condividere?
Ti leggo volentieri nei commenti.














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