
Negli ultimi tempi ho cambiato modo di scrivere.
Me ne accorgo rileggendo i testi del blog.
Forse ve ne siete accorti anche voi.
Parlo di più in prima persona.
Lascio entrare cose che prima tenevo fuori.
Prima cercavo di sistemare tutto.
Rendere le frasi più corrette, più complete.
Più “giuste”.
Oggi lascio qualcosa così com’è.
Anche nel ritmo.
Non è una scelta studiata.
È successo piano.
E forse ha radici lontane.
Una amica di mia nonna mi ha regalato una macchina da cucire.
Era una vecchia Singer.
Di quelle con la storia addosso.
Avevo sette, otto anni.
Cucivo vestitini per le bambole.
E quella macchina funzionava davvero.
La uso ancora oggi.
È sempre con me.
In casa c’era anche la macchina di mia madre.
Lei cuciva per tutta la famiglia.
Ma per me era troppo grande, troppo complicata.
Non arrivavo nemmeno ai pedali.
Così ho iniziato da lì.
Da quella Singer.
Più avanti, intorno ai tredici anni, ero iscritta a tre biblioteche.
Leggevo tantissimo.
Frequentavo anche un corso di taglio e cucito.
E un corso di fisarmonica
(volevo il pianoforte, ma non c’era spazio).
A ripensarci oggi, mi sembra tutto molto chiaro.
Da una parte il cucito.
Dall’altra la lettura, la scrittura.
Sempre in parallelo.
Forse è anche per questo che il mio modo di raccontare sta cambiando.
O meglio, tornando.
A una scrittura che non segue sempre una linea precisa.
Che si muove per frammenti, per associazioni.
Un po’ come in certi testi che ho amato molto, anni fa.
Alcuni li ho anche condivisi qui, tempo fa.
Saggio di Karol Wojtyla “La bottega dell’orefice”
Un po’ come cucire:
non segui sempre una linea perfetta.
A volte vai per tentativi, per aggiustamenti.
Ma il filo resta.
Prima l’imbastitura. Poi la cucitura.




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