Ho sempre una montagna di cose da stirare.
Lo stiro è un lavoro piuttosto meccanico. Si prende un capo, si passa il ferro, si piega. Poi un altro. E un altro ancora.
A un certo punto arriva il lino.
Come sempre, giro la manopola del ferro fino alla temperatura massima. Il lino è fatto così. Richiede calore, pazienza e qualche attenzione in più.
Mentre aspetto che il ferro si scaldi, mi fermo a guardare il lenzuolo che ho tra le mani.
È un vecchio lenzuolo di corredo, ricamato a mano.
Al centro c’è un piccolo quadrotto. Niente di appariscente. Un dettaglio che avevo già visto molte volte.

Eppure quella sera mi sono fermata qualche secondo in più.
Quelle lenzuola appartenevano alla famiglia di Paola, una cara amica di famiglia che qualche anno fa ha deciso di affidarle a me e a mio marito.
Erano state ricamate dalla sua suocera, nata nel 1926, che amava lavorare il lino e il ricamo.
Forse succede spesso con gli oggetti ricevuti in dono: finiscono per portarsi dietro il ricordo delle persone da cui provengono.
Così, guardando quel piccolo ricamo, ho pensato a lei.
E a una fotografia che ogni volta mi fermo a osservare quando entro in casa sua.
La ritrae nel giorno del matrimonio.

Paola è giovanissima. Indossa guanti bianchi e un foulard che incornicia il viso. Ad accompagnarla all’altare c’è lo zio Lorenzo.
Lo sguardo è raccolto.
Come se fosse già entrata, con il pensiero, nella vita che stava per iniziare.
Quella fotografia mi ha sempre colpita. Forse perché racconta qualcosa che va oltre l’abito o l’epoca. Racconta un passaggio.
Da quella fotografia il pensiero è andato a un’altra sposa.
Qualche mese fa aveva scelto un tessuto insolito per un abito da sposa: il lino.
Lo voleva autentico, con la trama visibile.

Il lino non era la scelta più ovvia.
Ed era proprio questo che mi aveva colpito.
E aveva scelto di sposarsi a Itaca.
Itaca
Quando ho sentito il nome di quell’isola, lo ammetto, ho pensato subito a Penelope.
Non a Ulisse.
A Penelope.
Nell’immaginario occidentale è impossibile separare Itaca dal suo telaio.
Dal gesto paziente del tessere.
Dal filo che attraversa il tempo.

Quando pensiamo a Penelope, pensiamo al telaio.
Alla pazienza.
Al tempo che passa.
Al gesto di tessere e disfare.
Nell’antica Grecia i tessuti più comuni erano la lana e il lino. Fibre semplici, vicine alla vita quotidiana.
Il filo di lino attraversava le case, i telai, le mani delle donne.

Per secoli è stato così.
Molto prima di diventare un tessuto da moda, il lino era soprattutto un tessuto domestico.
Lenzuoli. Tovaglie. Corredi.
Oggetti preparati con largo anticipo per una vita che doveva ancora iniziare.
Dal corredo all’abito
Poi, lentamente, qualcosa cambia.
Il lino esce dalle cassapanche.
Esce dai cassetti.
Esce dalle case.
E diventa anche un abito.

Lino non perde la sua natura.
Continua a essere una fibra sincera.
Assorbe l’umidità senza trattenerla.
Diventa più morbido con il tempo.
E conserva quella sua caratteristica che tutti conosciamo: non resta perfettamente liscio.
Forse è proprio per questo che oggi continua a piacere.
Perché non finge.
Guardando le fotografie del matrimonio di Alessia, ho pensato che forse era proprio questo il motivo per cui quel tessuto le apparteneva così bene.
Non cercava di sembrare altro da sé.
Proprio come il lino.
Alla fine ho finito di stirare.
Il lenzuolo è tornato al suo posto.
Ma da quel piccolo ricamo sono riemersi un telaio, una fotografia, un matrimonio e un viaggio fino a Itaca.
Non male per una serata qualunque.

Elena Petunina
Cofondatrice di Talea Couture
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