Quando una sposa ci dice che si sposerà con rito civile, la prima cosa da capire è dove si svolgerà davvero la cerimonia.
Oggi, infatti, il matrimonio civile può avere forme molto diverse. Ci sono cerimonie celebrate direttamente nel luogo del ricevimento, in una villa, in un giardino o in una struttura autorizzata a ospitare il rito ufficiale. In questi casi, dal punto di vista dell’abito, cambia ben poco rispetto a qualsiasi altro matrimonio: la sposa sceglie ciò che desidera, dal grande abito con lo strascico al completo pantalone.
Poi c’è un’altra situazione, molto frequente: si va in Comune per le firme e successivamente ci si sposta altrove per festeggiare.
Ed è qui che in atelier sentiamo spesso la stessa domanda:
«Ma questo va bene per andare in Comune?»
Esiste davvero un abito “da Comune”?
Nell’immaginario tradizionale il matrimonio civile è stato a lungo associato a un abbigliamento più sobrio: il tailleur, l’abito corto o midi, il completo pantalone. L’associazione diventa ancora più immediata quando si parla di seconde nozze o di una sposa non più giovanissima.
È un modo di vestirsi che continua ad avere perfettamente senso. Federica, per esempio, si è sposata in seconde nozze, scegliendo proprio un’eleganza misurata e classica.

Ma classico non significa obbligatorio.
Oggi in Comune vediamo spose di ogni età e, soprattutto, modi molto diversi di interpretare quel momento.
Simona ha scelto il tailleur bianco. Una soluzione che appartiene alla tradizione del matrimonio civile, ma che oggi ha assunto un significato molto più contemporaneo: il completo non è più necessariamente un’alternativa all’abito da sposa. Può essere l’abito da sposa.

Elena, invece, per il suo matrimonio intimo e raccolto desiderava proprio un abito. Lungo, bianco, essenziale, ma inequivocabilmente da sposa.
La storia del suo abito è nata da un “Aiutatemi” pronunciato ancora sui gradini del nostro atelier. L’abbiamo raccontata qui: “Aiutatemi”. La storia di una sposa arrivata in atelier dopo tanti no.

Due scelte diverse e nessuna delle due più adatta dell’altra al Comune.
Perché vediamo così tante giacche?
Riguardando le nostre spose ci siamo accorte di una cosa: la giacca ritorna molto spesso. Con la gonna o con il pantalone, poco importa.
Probabilmente il luogo ha la sua parte. Il Comune è uno spazio istituzionale e la giacca riesce a dare immediatamente una certa formalità al look senza renderlo necessariamente più severo.
Ma c’è anche una questione di moda.
Negli ultimi anni la giacca è tornata con forza nel guardaroba femminile. Non è più soltanto il pezzo di un tailleur classico. Si porta in modo molto più libero, con pantaloni ampi, gonne, jeans, sopra capi essenziali. Anche tra le più giovani è tornata a essere uno degli elementi con cui si costruisce un look.
Era quindi quasi inevitabile che rientrasse anche nel guardaroba della sposa.
E può farlo in modi molto diversi.
Una giacca, solo quando serve
Il caso di Giulia lo racconta particolarmente bene.
Il suo abito è nato partendo da due nostri capi: una gonna dalla linea asciutta con fondo asimmetrico e un top essenziale. Per lei abbiamo aggiunto il ricamo sul top e completato il look con una giacca.

La giacca serviva al momento più formale della giornata. Dopo la cerimonia è stata tolta e Giulia è rimasta con top e gonna: lo stesso abito ha cambiato carattere senza bisogno di trasformazioni complicate.

Qualcosa di simile è successo a Francesca, che si è sposata a Venezia in piena estate.
Faceva molto caldo, ma per andare in Comune ha indossato comunque la giacca. Non perché esista una regola che imponga alla sposa di coprirsi, ma perché quello era il registro che aveva scelto per la parte istituzionale del matrimonio.

Al ricevimento la giacca è sparita ed è rimasto un top minimal con sottilissime bretelle.
In questo senso la giacca diventa quasi uno strumento: non stabilisce che cosa può indossare una sposa, ma permette allo stesso look di accompagnarla in momenti diversi della giornata.
E se invece voglio sentirmi proprio sposa?
È forse questa la domanda nascosta dietro al famoso «va bene per il Comune?».
Perché molto spesso non ci viene chiesto se un determinato abito sia consentito. Ci viene chiesto, in realtà, se non sia troppo.
Troppo lungo. Troppo importante. Troppo elaborato. Troppo “da sposa” per entrare in Comune.
Paola offre una risposta piuttosto eloquente.

Davanti al Comune di Bergamo indossava un abito decisamente couture. Non aveva cercato di renderlo più discreto perché la cerimonia si svolgeva lì e, soprattutto, non si sentiva affatto “troppo”.
Era semplicemente il suo abito da sposa.
Ed è probabilmente questo il punto.
Quanto è importante per te quel momento?
Non esiste una divisa per sposarsi in Comune.
Esistono il luogo, la stagione, l’orario, il tipo di festa che seguirà e naturalmente il modo in cui ciascuna sposa immagina il proprio matrimonio.
Per qualcuno le firme in Comune sono un momento formale che precede la vera festa. Per qualcun altro quella mezz’ora davanti all’ufficiale di stato civile è la cerimonia del proprio matrimonio, indipendentemente dal numero degli invitati o dalla sala in cui avviene.
Il tailleur può essere perfetto. La giacca può essere una soluzione intelligente. Un abito essenziale può sembrare naturale. E anche un abito couture può entrare tranquillamente dalla porta del Comune.
Forse, allora, alla domanda «Va bene per andare in Comune?» non si può rispondere guardando soltanto l’abito.
Bisogna prima capire come vuoi entrare tu da quella porta.

Elena Petunina
Cofondatrice di Talea Couture
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