Negli ultimi anni si parla continuamente di autenticità.
Ci viene detto di essere noi stesse, di trovare il nostro stile, di distinguerci, di non assomigliare a nessun’altra. Anche il matrimonio sembra seguire questa direzione: un dettaglio sorprendente, un colore insolito, un allestimento che lasci tutti senza parole.
Eppure, lavorando ogni giorno con le nostre spose, ci siamo rese conto di una cosa.
L’autenticità non consiste nell’essere diverse a tutti i costi.
Consiste nel riconoscersi.
Nel sentirsi in armonia con il proprio carattere, con il proprio corpo, con il proprio modo di vivere il matrimonio.
Per questo, quando una futura sposa entra nel nostro atelier, non iniziamo mai dall’abito.
Iniziamo dalla persona.
Quattro spose. Quattro modi diversi di essere autentiche.
Jessica coltivava da anni una passione per lo stile steampunk.
Non desiderava però un matrimonio teatrale.
Ci ha chiesto solo alcuni richiami: un’atmosfera vittoriana, il bordeaux, un piccolo cappellino.
Prima che la nostalgia vittoriana tornasse sulle passerelle, Jessica l’aveva già scelta come linguaggio personale.
Per il resto ci ha detto semplicemente:
“Il resto fate voi.”
Il nostro lavoro non è stato costruire uno stile steampunk.
È stato capire quale fosse la misura giusta per Jessica.
Il corsetto, per esempio, non era la soluzione migliore per il suo fisico. Abbiamo scelto una cintura modellante che ne richiamasse il linguaggio senza costringerla dentro un’immagine che non le apparteneva.

Rebecca è arrivata dalla Svizzera con due certezze.
Il rosso. E il plissé.
Ce ne siamo accorte subito: indossava già un cappotto con inserti plissettati.
Quel gusto faceva già parte del suo modo di vestire.
L’abito non ha inventato Rebecca.
Ha semplicemente continuato una storia già iniziata.
Qualche scelta l’abbiamo costruita insieme.
Le scarpe bianche, ad esempio, le abbiamo desiderate più noi che lei.
Il bouquet è stato suggerito da un’amica.
Piccoli dettagli che hanno reso il progetto ancora più armonioso, senza cambiare la sua identità.

Domiziana porta quasi esclusivamente pantaloni larghi nella vita di tutti i giorni.
Quando abbiamo iniziato a parlare del suo matrimonio, non ci siamo chieste come trasformarla.
Ci siamo chieste come farla sentire sposa senza allontanarla da ciò che era già.
È nata così la sua gonna-pantalone.
Non una scelta alternativa.
Una scelta naturale.

Martina, invece, sognava una grande gonna da principessa.
Quella avrebbe potuto trovarla facilmente.
Quello che non trovava era l’incontro fra quella silhouette e uno scollo all’americana.
Era proprio quel dettaglio a rappresentarla.
Il suo desiderio non era essere originale.
Era trovare l’abito in cui riconoscersi completamente.

Secondo voi quale di queste quattro spose si è sposata in chiesa?
Probabilmente molti risponderanno Martina.
Grande gonna. velo, bianco ottico.
E invece no.
Martina ha celebrato una cerimonia all’aperto.

L’unica a sposarsi in chiesa è stata Domiziana.

Perché raccontiamo questo?
Perché anche il rito rischia di trasformarsi in uno stereotipo.
Ci aspettiamo che un matrimonio religioso richieda un certo tipo di abito e che una cerimonia civile permetta maggiore libertà.
La realtà è molto più semplice.
Non è il rito a definire l’abito. È la donna che lo indossa.
L’autenticità non ha uno stile.
Guardando queste quattro spose vediamo quattro linguaggi completamente diversi.
Rosso.
Steampunk.
Gonna-pantalone.
Principessa moderna.
Eppure nessuna di loro ha scelto il proprio abito per stupire.
Ognuna cercava semplicemente il modo più sincero di essere sé stessa.
L’autenticità non ha una forma prestabilita.
Ha una persona.

Per questo non diciamo sempre sì.
Essere ascoltate non significa essere assecondate.
A volte una sposa arriva con un’idea molto precisa.
Poi, prova dopo prova, scopre qualcosa di diverso.
È successo anche a Tessa.
Era entrata in atelier convinta che il suo matrimonio fosse perfetto per un tailleur.
Alla fine ha scelto un abito con bustier.
Non perché l’abbiamo convinta.
Perché, guardandosi allo specchio, ha riconosciuto una versione di sé che all’inizio non immaginava.
Abito da sposa o pantalone? La storia di un equilibrio trovato
Su misura. In tutti i sensi.
Spesso si pensa che un abito su misura significhi semplicemente prendere le misure del corpo.
Per noi è solo una piccola parte del lavoro.
Su misura significa partire dalla persona.
In tutti i sensi.
Dal suo carattere.
Dal suo modo di muoversi.
Dal rapporto che ha con il proprio corpo.
Dalle cose che ama da sempre.
Da quelle che non vorrebbe mai indossare.
Dal modo in cui immagina il giorno del matrimonio.
L’abito arriva dopo.
Per questo distinguiamo il su misura dalla semplice personalizzazione.
Personalizzare significa partire da un modello esistente e modificarne qualche dettaglio.
Cambiare uno scollo.
Aggiungere una manica.
Inserire un fiocco.
Il nostro lavoro è diverso.
Non partiamo da un modello.
Partiamo da una persona.
Forse è proprio questa l’autenticità.
Oggi sembra quasi che dobbiamo essere originali a tutti i costi.
Noi crediamo che l’autenticità sia qualcosa di più semplice.
E anche più difficile.
Non consiste nel distinguersi dagli altri.
Consiste nel sentirsi finalmente sé stesse.
Che questo significhi un abito rosso.
Una gonna-pantalone.
Un richiamo steampunk.
Oppure un grande abito bianco con il velo.
Per noi il vero su misura nasce esattamente da qui.
Dalla persona. In tutti i sensi.
Non esiste un solo modo di essere una sposa autentica.
Se desideri un abito costruito partendo da te, in tutti i sensi, vieni a raccontarci la tua idea di matrimonio.
Il primo progetto nasce sempre da una conversazione.

Elena Petunina
Cofondatrice di Talea Couture
Hai una domanda o una rifflessione da condividere?
Ti leggo volentieri nei commenti.








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