Il triacetato, una sposa sulla spiaggia in Grecia e un abito fotografato a Villa Arconati. Che cosa hanno in comune? Molto più di quanto sembri.
A volte scegliamo un tessuto perché sappiamo esattamente che cosa vogliamo ottenere. Altre volte tutto comincia da un’immagine, da un’associazione di idee che arriva quasi per caso.
Poi, naturalmente, bisogna trasformarla in un abito. Ed è qui che la sartoria comincia a fare sul serio.

Ci è capitato di utilizzare lo stesso triacetato per due abiti da sposa molto diversi. Uno è stato realizzato per Damiana, che si è sposata in Grecia, sulla spiaggia. L’altro è il modello Rebecca che abbiamo portato a Villa Arconati per un servizio fotografico.
A guardarli, difficilmente si penserebbe allo stesso tessuto.
Eppure è proprio così.
Damiana, la Grecia e la schiuma delle onde
Quando Damiana ci raccontò che si sarebbe sposata sulla spiaggia, in Grecia, mi venne subito in mente la schiuma bianca delle onde.
Non chiedetemi perché. A volte la mente fa collegamenti tutti suoi.
Pensai allo chiffon crêpon, con quella sua superficie leggermente increspata, irregolare, che non rimane mai completamente ferma. Mi sembrava perfetto per un abito destinato a muoversi vicino al mare.

Poi arrivò il ragionamento pratico, quello che in sartoria segue abbastanza rapidamente le suggestioni poetiche.
Sulla spiaggia può esserci umidità. Può esserci vento. E una sposa, possibilmente, dovrebbe godersi il matrimonio senza preoccuparsi continuamente delle pieghe del vestito.
Lo chiffon crêpon, essendo già naturalmente increspato, non pretende una superficie impeccabilmente liscia. Una piccola stropicciatura non cambia il suo carattere.
Avevamo trovato un tessuto che ci piaceva esteticamente e che aveva anche ottime ragioni pratiche per essere scelto.
Ma per costruire l’abito serviva qualcosa di diverso.
La base è stata realizzata in triacetato, con una gonna a godet che segue la silhouette e si apre gradualmente verso il fondo. Sopra abbiamo aggiunto una gonna a ruota in chiffon crêpon.
Abbiamo aggiunto anche uno spacco alle gonne, per lasciare a Damiana tutta la libertà di movimento che desiderava.

Due gonne, due costruzioni e due comportamenti differenti.
La prima disegna la figura. La seconda si muove liberamente, si solleva, si allarga, segue il vento.
Nelle fotografie di Damiana sulla spiaggia si vede proprio questo: sotto il movimento dello chiffon rimane una linea precisa.
La leggerezza, in questo caso, non nasce dall’assenza di struttura. Nasce dal fatto che la struttura lavora senza farsi notare.
Un po’ di Grecia anche nel corpino
Il marito di Damiana è greco e ci piaceva inserire nell’abito un piccolo riferimento alla terra in cui si sarebbero sposati.
Non volevamo certo realizzare un costume dell’antichità. Ci bastava un richiamo, qualcosa che ricordasse vagamente il peplo greco.
Abbiamo quindi creato una larga bretella sulla spalla sinistra, rivestita di chiffon, che sul davanti prosegue nel drappeggio del corpino e sul dietro scende come un lembo di tessuto.

Un dettaglio asimmetrico, discreto, che dà all’abito un carattere particolare.
Nelle fotografie si distingue poco, perché il bianco sul bianco non aiuta. È uno di quei dettagli che dal vivo raccontano molto più che in fotografia.
Ma a noi piace anche questo: sapere che un abito custodisce una piccola storia personale, non necessariamente evidente a tutti.

Non era la prima volta che la Grecia entrava nei nostri progetti. Nell’abito da sposa in lino di Alessia avevamo trovato ispirazione nelle colonne dell’architettura greca. Per Damiana, invece, abbiamo scelto un richiamo al peplo antico.
Stessa terra, due suggestioni completamente diverse. Del resto, non ci piace ripeterci.
A Villa Arconati, invece, abbiamo lasciato parlare il triacetato
Per il secondo abito il punto di partenza era quasi opposto.
Niente chiffon, niente sovrapposizioni. Volevamo sfruttare direttamente la fluidità e la luminosità del triacetato.
Il corpino è formato da un drappeggio morbido, abbondante. Non volevamo pieghe rigide e geometriche, ma una quantità generosa di tessuto capace di scendere naturalmente.

E qui il triacetato si comporta particolarmente bene.
La sua fluidità permette di ottenere pieghe profonde e morbide. La superficie leggermente lucida, invece, cattura la luce in modo diverso su ogni piega.
Il bianco non è più un colore piatto: si illumina, si scurisce, cambia intensità. È quasi un modo di decorare l’abito senza aggiungere nessuna decorazione.
Poi c’era la gonna.
Volevamo una silhouette sensuale, vicina al corpo, ma non la solita sirena. Soprattutto non volevamo che l’abito dichiarasse immediatamente la propria forma da ogni angolazione.
Abbiamo quindi aggiunto una piega laterale, orientata verso il dietro. Una soluzione apparentemente semplice, ma con conseguenze interessanti.

Davanti la gonna sembra quasi diritta. Di fianco mantiene una linea morbida, meno marcatamente a sirena. Dietro, invece, acquista volume, accompagna le forme e permette allo strascico di aprirsi in modo più scenografico.
In pratica, l’abito cambia carattere a seconda del punto da cui lo si guarda.
E non è un effetto ottenuto aggiungendo decorazioni o complicando inutilmente il modello. È il risultato di una scelta di taglio.
Quando abbiamo visto Lera Korf indossarlo a Villa Arconati, nelle fotografie di Kristina Yashina, ci è piaciuto proprio questo contrasto.

Davanti, una linea pulita e contemporanea. Dietro, un volume più generoso e sensuale.
E il drappeggio del corpino, illuminato dalla luce della villa, faceva il resto.
Rebecca: una promessa mantenuta
Chi aveva letto il nostro precedente articolo sul triacetato forse ricorderà una piccola promessa: realizzare per la nostra collezione permanente un abito ispirato a Rebecca, una nostra sposa che aveva scelto il rosso.
Ebbene, lo abbiamo fatto!
Il nuovo modello porta il suo nome, come spesso accade nella nostra collezione. Ci piace conservare un legame con le donne che hanno ispirato i nostri abiti, anche quando il progetto prende una strada completamente diversa.
Questa volta siamo partite dal drappeggio del corpino, reinterpretandolo attraverso la fluidità e la luminosità del triacetato.
Il risultato è l’abito che vedete nelle fotografie di Villa Arconati, indossato da Lera Korf.

Lo stesso tessuto non significa lo stesso abito
Se mettiamo vicine le fotografie di Damiana e quelle di Villa Arconati, la differenza è evidente.
Damiana ha un abito romantico, leggero, pensato per la spiaggia e per il movimento dello chiffon. Il triacetato rimane in gran parte nascosto, ma è fondamentale per la silhouette.
Nell’abito di Villa Arconati, invece, il triacetato è protagonista. Si vede nella superficie luminosa, nelle pieghe del corpino, nella linea della gonna e nello strascico.
In un caso sostiene la leggerezza di un altro tessuto. Nell’altro crea direttamente forma, movimento e volume.
Ed è questo che ci interessa quando lavoriamo con i tessuti.
Non soltanto sapere se sono belli, morbidi o piacevoli da indossare. Ma capire che cosa possiamo ottenere attraverso il taglio, come si comporteranno sul corpo e che cosa succederà quando la persona comincerà a muoversi.
Perché un abito non vive soltanto davanti allo specchio della sartoria.
Deve accompagnare una donna mentre cammina, si siede, si gira, abbraccia qualcuno. O magari mentre cerca di non far volare troppo la gonna su una spiaggia greca.
E se un tessuto riesce a interpretare due progetti così diversi, significa che vale la pena conoscerlo meglio.
Non per utilizzarlo sempre nello stesso modo, naturalmente. Sarebbe un vero peccato.

Vuoi scoprire come il triacetato può valorizzare la tua silhouette?
Vieni a provare Rebecca nel nostro atelier a Milano. Potremo esplorare insieme le possibilità di questo tessuto e immaginare l’abito più adatto a te.

Elena Petunina
Cofondatrice di Talea Couture
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