Ci sono abiti diventati famosi perché appartenevano a una persona famosa. E poi ce ne sono alcuni che sembrano non poter essere separati dalla persona per cui sono stati creati.
Quello indossato da Marilyn Monroe il 19 maggio 1962 al Madison Square Garden appartiene decisamente alla seconda categoria.
Era stato pensato per lei, costruito sul suo corpo e per un momento preciso. Marilyn lo indossò una sola volta. Eppure, più di sessant’anni dopo, continuiamo ancora a parlarne.
Un abito che doveva sembrare inesistente
Il 19 maggio 1962 al Madison Square Garden di New York si festeggiava, con qualche giorno di anticipo, il 45° compleanno del presidente John F. Kennedy. Davanti a circa 15.000 persone, Marilyn Monroe avrebbe cantato quello che sarebbe diventato il più famoso “Happy Birthday” della storia.
Per l’occasione voleva un abito molto particolare.
Non semplicemente un abito aderente o scollato. L’effetto doveva essere quello di non indossare quasi nulla.
A realizzarlo fu Jean Louis, costumista e designer francese che lavorava a Hollywood. Il bozzetto venne affidato a un suo giovanissimo collaboratore, Bob Mackie, che all’epoca aveva appena iniziato la propria carriera.
Mackie avrebbe poi raccontato che l’idea era quella di una Marilyn nuda, ma ricoperta di luce.
Ed è esattamente ciò che l’abito riuscì a fare.
Una seconda pelle
La base era una sottilissima marquisette color carne, scelta in una tonalità molto vicina alla pelle di Marilyn. Sopra furono cuciti a mano migliaia di cristalli e paillettes, disposti in modo da catturare la luce senza nascondere il corpo.
A guardarlo oggi nelle fotografie del museo, lontano da Marilyn, l’abito può persino sembrare sorprendentemente semplice.
È sul corpo che succede tutto.
Il tessuto quasi scompare, mentre rimangono visibili i punti di luce.
Non c’erano corsetti, imbottiture o strutture incaricate di costruire una silhouette diversa dalla sua. L’abito seguiva quella che Marilyn aveva già.
Ed era talmente aderente che, prima di entrare in scena, dovette essere cucito su di lei.
Per chi lavora su misura è forse questo il dettaglio più interessante: non esisteva realmente l’abito senza il corpo per cui era stato costruito.
Prima la pelliccia, poi la sorpresa
Marilyn arrivò al Madison Square Garden avvolta in una pelliccia bianca.
Sul palco fu presentata con una serie di introduzioni scherzose e volutamente interminabili. Quando finalmente apparve, sembrava ancora vestita in maniera relativamente convenzionale.
Poi tolse la pelliccia.
Sotto le luci del palcoscenico la marquisette color carne praticamente scomparve. Rimasero il corpo e i riflessi dei cristalli.
Marilyn si avvicinò al microfono e cantò poche battute di “Happy Birthday, Mr. President” con quella voce sussurrata che trasformò una canzone di compleanno in uno dei momenti più ricordati della cultura popolare del Novecento.
L’abito aveva fatto esattamente quello per cui era stato costruito.

Marilyn lo indossò una volta sola
Meno di tre mesi dopo, il 5 agosto 1962, Marilyn Monroe morì nella sua casa di Los Angeles.
Quella sera al Madison Square Garden rimase una delle sue ultime grandi apparizioni pubbliche.
L’abito, invece, continuò la propria storia.
Per molti anni rimase nella collezione di Lee Strasberg, insegnante di recitazione e amico di Marilyn, al quale l’attrice aveva lasciato gran parte dei suoi effetti personali.
Nel 1999 Christie’s mise all’asta numerosi oggetti appartenuti a Marilyn. L’abito di Jean Louis venne venduto per 1.267.500 dollari, una cifra che all’epoca stabilì un record.
Sembrava già incredibile.
Non era ancora finita.
Da 1,2 a 4,8 milioni di dollari
Nel novembre 2016 l’abito tornò all’asta, questa volta da Julien’s Auctions.
Fu acquistato da Ripley’s Believe It or Not! per 4,8 milioni di dollari, diventando allora l’abito più costoso mai venduto all’asta.
Un capo che nel 1962 era costato a Marilyn circa 1.440 dollari era diventato uno degli abiti più preziosi al mondo.
Ma il suo valore ormai non aveva quasi più niente a che fare con il costo del tessuto, dei cristalli o delle ore necessarie per realizzarlo.
Era diventato un oggetto storico.
E proprio per questo quello che accadde qualche anno dopo fece così discutere.
Sessant’anni dopo, un’altra donna entra nell’abito
Nel maggio 2022 Kim Kardashian arrivò al Met Gala indossando proprio l’abito originale di Marilyn Monroe.
Non una riproduzione.
Quello.
Ripley’s glielo aveva concesso per il breve percorso sul red carpet. Subito dopo Kardashian indossò una replica, proprio per limitare il tempo trascorso nell’abito storico.
L’operazione richiese una preparazione considerevole perché il problema era evidente: l’abito era stato costruito sul corpo di Marilyn Monroe nel 1962, non sul corpo di Kim Kardashian sessant’anni dopo.
Non poteva essere allargato, modificato o adattato. Era Kardashian che doveva riuscire a entrare nell’abito.
E neppure completamente: la chiusura posteriore non arrivò a chiudersi come su Marilyn e venne nascosta dalla stola di pelliccia bianca.
Dopo il Met Gala cominciarono a circolare fotografie nelle quali sembravano visibili cuciture sotto tensione e alcuni cristalli mancanti.
Le polemiche furono immediate.
Ripley’s negò che l’abito avesse subito danni durante l’evento e ricordò che un rapporto sulle sue condizioni, redatto già nel 2017, segnalava usura e tensioni nella zona posteriore vicino ai ganci.
Non possiamo stabilire dalle fotografie chi abbia ragione.
Ma forse la questione più interessante è un’altra.
«Era stato fatto per Marilyn»
Bob Mackie non approvò la scelta di far indossare l’abito a Kim Kardashian.
E la sua obiezione, al di là della polemica, riguarda qualcosa che conosciamo molto bene nel lavoro su misura.
Quell’abito era stato creato per Marilyn.
Non soltanto nelle sue misure.
Per il suo corpo, il suo colore di pelle, il suo modo di muoversi, il palcoscenico sul quale sarebbe comparsa e persino per l’illuminazione che avrebbe fatto scomparire il tessuto lasciando visibili soltanto i cristalli.
Togliere un abito così dal corpo per cui è nato e metterlo su un altro corpo non significa semplicemente cambiare la persona che lo indossa.
Cambia l’abito.
Un abito può appartenere a una sola persona?
È una domanda che nel nostro atelier ci interessa particolarmente.
Quando realizziamo un abito su misura, partiamo naturalmente dalle misure. Ma le misure sono soltanto l’inizio.
Ci sono postura, proporzioni, movimento, carattere. C’è il modo in cui una donna si guarda allo specchio. Ci sono dettagli che su un’altra persona probabilmente non avremmo mai pensato.
Per questo un vero pezzo unico non è semplicemente un abito del quale esiste un solo esemplare.
È un abito che ha senso proprio su quella persona.
Marilyn Monroe indossò il suo abito di cristalli una sola sera.
Sessant’anni dopo abbiamo scoperto che forse Jean Louis e Bob Mackie avevano creato qualcosa di ancora più raro di un abito da milioni di dollari.
Avevano creato un abito che, nonostante tutti i tentativi, continua ad appartenere a Marilyn.






