Un solo tessuto, tante interpretazioni. Il mikado raccontato attraverso gli abiti da sposa del nostro atelier.
Ci sono tessuti che sembrano avere idee molto precise su ciò che vogliono diventare. Il chiffon invita alla leggerezza, il pizzo richiama il ricamo, l’organza suggerisce trasparenze e volumi impalpabili.
Il mikado, invece, ha una reputazione piuttosto precisa: è il tessuto degli abiti da sposa importanti, delle gonne ampie, delle linee impeccabili. Ha corpo, una luminosità discreta e una particolare capacità di mantenere la forma.
Sembrerebbe, insomma, un materiale dal carattere piuttosto deciso.
Eppure, osservando gli abiti che abbiamo realizzato nel nostro atelier, ci siamo accorte di una cosa curiosa: lo stesso identico mikado può dare vita ad abiti completamente diversi.
Non stiamo parlando di mikado di pesi differenti, di composizioni diverse o di varianti più o meno sostenute. Il tessuto è proprio lo stesso.
A cambiare sono il progetto, il taglio, le proporzioni e, naturalmente, la sposa per cui l’abito viene realizzato.
Il mikado, visto da vicino: il modello Lella
Nel nostro atelier, una delle interpretazioni più interessanti del mikado è rappresentata dal modello Lella.
La sua gonna mostra, già da sola, due possibilità apparentemente opposte. Nella parte superiore il tessuto viene modellato, segue la figura e disegna una linea controllata. Più in basso si libera, si allarga e costruisce un volume generoso.
È sempre lo stesso tessuto. Cambia il modo di lavorarlo.

E poi c’è il nostro giardino.
Atelier e giardino, per noi, sono inseparabili. Uno è il luogo in cui gli abiti prendono forma, l’altro quello in cui ci piace vederli incontrare la luce naturale, il verde, le stagioni.
Nelle fotografie realizzate in giardino, il mikado mostra anche un’altra possibilità: diventare una superficie liscia ed essenziale, capace di valorizzare la ricchezza di un corpino in pizzo senza competere con lui.
Ma per scoprire quanto possa cambiare il carattere di questo tessuto, dobbiamo uscire dall’atelier e incontrare le donne che lo hanno scelto per il proprio matrimonio.
Il volume non è sempre lo stesso volume
Quando si parla di mikado, il primo pensiero corre quasi inevitabilmente alla gonna ampia.
Ma una gonna ampia può nascere in molti modi.
Nell’abito di Valentina, il volume prende forma attraverso pieghe profonde che partono dalla vita e accompagnano la gonna fino a terra. Il corpino con collo all’americana e la schiena scoperta creano un contrasto interessante: essenziale nella parte superiore, importante in quella inferiore.

La costruzione della schiena, con le fasce che partono dal collo e disegnano un’apertura geometrica, aggiunge un dettaglio contemporaneo a una silhouette di grande tradizione sartoriale.
Carlotta rappresenta un’interpretazione completamente diversa.
È un abito che gioca con le proporzioni: il volume della gonna parte dal bacino, lasciando il corpino asciutto e aderente. La vita bassa è tornata di moda, ma con Carlotta abbiamo deciso di esagerare un po’. Naturalmente, con tutte le intenzioni!
In realtà, Carlotta avrebbe voluto la linea di attaccatura della gonna ancora più bassa. Abbiamo preparato la tela seguendo il suo desiderio, ma durante la prova ci siamo accorte che il taglio coincideva con la piega inguinale: finché stava ferma, tutto bene; appena si muoveva, il tessuto formava una piega indesiderata.
Abbiamo quindi alzato leggermente la linea di attaccatura. Perché le proporzioni contano, ma un abito deve funzionare anche quando la sposa comincia a muoversi!

Dalla prova in atelier al giorno del matrimonio, le proporzioni insolite dell’abito di Carlotta acquistano tutta la loro espressività. Il mikado mantiene il volume della gonna, accompagnando con naturalezza ogni suo movimento.
Il tessuto è lo stesso, ma l’effetto non potrebbe essere più diverso.
È una delle possibilità che amiamo della modellistica sartoriale: il volume non dipende soltanto dalla quantità di stoffa impiegata. Conta dove lo si colloca, come lo si distribuisce e quale rapporto crea con il corpo.
Il mikado e l’arte di togliere
Un tessuto sostenuto come il mikado viene spesso associato ai grandi volumi. Ma sa essere altrettanto interessante quando il progetto sceglie la strada opposta.
L’abito di Gaia nasce con una coda staccabile, che aggiunge un elemento scenografico a una linea altrimenti essenziale.
Una volta rimossa la coda, l’abito rivela completamente il suo carattere minimal, già riconoscibile nel taglio pulito del corpino.
Elena, invece, ha scelto l’essenzialità fin dall’inizio. Il suo abito, ispirato alla ricerca formale di Cristóbal Balenciaga, rinuncia alle decorazioni superflue per affidare il risultato alla costruzione sartoriale, alle proporzioni e alla presenza del tessuto.

Per approfondire questo progetto, potete leggere anche il nostro articolo dedicato all’abito di Elena e alla sua ispirazione Balenciaga.
Due progetti differenti, dunque. Uno prevede una trasformazione durante il matrimonio, l’altro rimane fedele alla propria idea iniziale.
In entrambi i casi, il mikado dimostra che per avere carattere un abito non deve necessariamente avere molto volume.
A proposito di essenzialità, Coco Chanel consigliava di guardarsi allo specchio prima di uscire e togliere un accessorio.
Noi i consigli dei grandi della moda li prendiamo sempre sul serio. O quasi. Nel caso di Gaia, però, si toglie qualcosa di decisamente più ingombrante di un accessorio!
E se avete voglia di incontrare virtualmente Mademoiselle Chanel, vi portiamo nel nostro giro fashion a Parigi, sulle sue orme.
Un tessuto sostenuto può essere romantico?
La risposta è sì. E Marina ne è una bella dimostrazione.
La sua gonna ha un volume ampio, ma l’insieme non appare rigido né solenne. Il piccolo coprispalle, il fiocco sulla schiena e la borsettina coordinata introducono una delicatezza che cambia completamente il carattere dell’abito.

Le fotografie del matrimonio, tra portici antichi, luci natalizie e musicisti di strada, raccontano un abito che appartiene perfettamente alla sua occasione.

Ci piace particolarmente questo aspetto: un tessuto capace di sostenere una gonna importante può anche partecipare a un’immagine spontanea, allegra, senza alcuna pretesa di monumentalità.

Il romanticismo, dopotutto, non è una proprietà esclusiva dei tessuti vaporosi.
Quando il mikado incontra altri materiali
Il mikado non deve necessariamente essere l’unico protagonista di un abito.
La sua superficie compatta può diventare il contrappunto ideale alla leggerezza dell’organza, alla trasparenza del tulle o alla ricchezza del pizzo.
È un incontro che richiede equilibrio: non sempre aggiungere un materiale significa arricchire un abito. A volte basta un dettaglio ben collocato per cambiarne completamente il carattere.
Nell’abito di Domiziana, per esempio, il corpino e le maniche ampie, dal gusto quasi couture, introducono una costruzione particolarmente interessante. La sopragonna in organza aggiunge un altro tipo di volume e movimento, creando un dialogo tra consistenze differenti.
In questi casi il lavoro sartoriale consiste anche nel trovare il giusto rapporto fra i materiali: decidere quale debba sostenere la forma, quale accompagnare il movimento e quale attirare lo sguardo.
La differenza la fa la sartoria
Un tessuto si può descrivere attraverso il peso, la composizione, la mano, la lucentezza. Sono informazioni importanti, soprattutto quando si deve scegliere il materiale adatto a un progetto.
Ma in atelier il rapporto con un tessuto va oltre la sua scheda tecnica.
Lo osserviamo mentre viene drappeggiato sul manichino, valutiamo come cade, come reagisce a una piega, come cambia quando viene tagliato e cucito.
E soprattutto cerchiamo di capire quale forma possa assumere per quella particolare sposa.
Non tutte desiderano una gonna ampia. Non tutte amano una linea aderente. Qualcuna vuole un abito essenziale, qualcun’altra cerca un dettaglio insolito, qualcuna arriva con un’idea precisa e poi, durante le prove, scopre qualcosa che non aveva immaginato.
Il nostro compito non è convincerle ad adattarsi a un tessuto.
È trovare il modo in cui quel tessuto possa adattarsi al loro progetto.
Riguardando le fotografie di questi matrimoni, ci siamo rese conto che il protagonista dell’articolo non è soltanto il mikado.
Sono anche le scelte che hanno portato a realizzare abiti tanto differenti partendo dallo stesso materiale.
Le pieghe di Valentina, le proporzioni insolite di Carlotta, la trasformazione di Gaia, l’essenzialità di Elena, il romanticismo di Marina e i dettagli couture di Domiziana raccontano ciascuno un modo diverso di interpretare un tessuto che, sulla carta, sembrerebbe avere idee piuttosto chiare sul proprio destino.
Fortunatamente, in sartoria, l’ultima parola non spetta al tessuto.
Venite a conoscere il mikado di persona
Le fotografie raccontano molto, ma ci sono cose che si capiscono meglio toccando un tessuto, osservando come cade e vedendolo muoversi.
Vi aspettiamo nel nostro atelier per conoscere da vicino questo mikado e provare la gonna del modello Lella. Potrete scoprire come lo stesso tessuto segue la figura e, poco più in basso, si apre in un volume sorprendente.
E magari, dopo la prova, affacciarvi anche nel nostro giardino.

Elena Petunina
Cofondatrice di Talea Couture
Hai una domanda o una riflessione da condividere?
Ti leggo volentieri nei commenti.











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