
«Ti richiamo, sono dalle sarte».
Capita abbastanza spesso durante una prova. Squilla il cellulare della nostra cliente e lei risponde velocemente così.
Nel caso migliore: «Sono in sartoria». E allora, diciamo, ci è già andata bene.
Naturalmente non c’è niente di sbagliato. Sarte lo siamo davvero. Tagliamo, imbastiamo, cuciamo, rifiniamo. È un mestiere che abbiamo imparato e che facciamo.
Eppure ogni volta quella frase ci fa sorridere, perché racconta soltanto una parte di quello che succede qui dentro.
Prima di cucire un abito bisogna pensarlo. Prima ancora di pensarlo bisogna incontrare la donna che lo indosserà. Osservare, capire, progettare. Poi bisogna trasformare un’idea in una costruzione, scegliere la materia capace di sostenerla, provarla su un corpo reale, correggerla. E infine, naturalmente, cucire.
Allora che mestiere facciamo, esattamente?
Una parola che viene da lontano
Couturier oggi è una parola importante. Fa pensare immediatamente a Parigi, all’Alta Moda, ai grandi nomi della storia della moda.
Ma se torniamo indietro, la parola diventa molto più concreta.
Couturier deriva da couture, che in francese significa innanzitutto cucitura e sartoria. La sua storia linguistica risale ancora più indietro, fino al latino consuere: cucire insieme.
Prima di diventare una parola associata alla creazione di moda, dunque, couturier era una parola di mestiere.
Indicava chi cuciva.
Nel corso dell’Ottocento, con lo sviluppo della couture parigina, quella figura cambia. Il sarto non è più soltanto colui che esegue un abito richiesto dalla cliente: diventa progressivamente colui che lo concepisce, propone una propria visione, crea modelli e governa il lavoro necessario per realizzarli.
Il significato si allarga.
Il cucire rimane all’origine della parola, ma intorno ad esso crescono progetto, stile e creazione.
Pensare un abito sapendo come si costruisce
Oggi il mondo della moda è molto più complesso e i mestieri sono spesso separati.
C’è chi disegna, chi sviluppa il modello, chi realizza il prototipo, chi ricerca i materiali, chi taglia, chi confeziona, chi segue le prove. In una struttura grande è normale che competenze diverse appartengano a persone diverse.
In una piccola realtà come la nostra, invece, molte di queste competenze rimangono vicinissime.
Ed è questa vicinanza, più ancora del fatto di cucire materialmente un capo, che ci interessa.
Perché sapere come un abito si costruisce cambia anche il modo di progettarlo.
Quando immaginiamo una linea non vediamo soltanto la sua forma. Pensiamo già alla materia che potrà sostenerla, al modo in cui cadrà, alla costruzione necessaria per ottenere un certo volume e a ciò che potrà essere modificato durante una prova.
La tecnica entra nel progetto molto prima che inizi il cucito.
Due persone, competenze diverse
In Talea Couture siamo in due e non facciamo esattamente le stesse cose.
Tania è modellista. La costruzione del capo è il suo territorio: trasformare una linea in volumi e proporzioni, sviluppare il modello e trovare le soluzioni tecniche che permettano all’idea di funzionare sul corpo.

Una costruzione apparentemente semplice può richiedere parecchie decisioni. Una linea può dover essere spostata, un volume ridistribuito, una ripresa modificata o eliminata. E ciò che sulla carta sembrava perfettamente logico può richiedere una correzione quando arriva sulla tela e incontra il corpo reale.
Per Elena il territorio più naturale sono i tessuti.
Ma scegliere un tessuto non significa semplicemente decidere quale materia sia più bella.
Deve innanzitutto essere adatto alla linea che vogliamo ottenere: avere il peso, la caduta o il sostegno necessari. Bisogna capire come dovrà essere tagliato (in alcuni casi anche in sbieco), se avrà bisogno di essere rinforzato, doppiato con un’altra materia oppure lavorato attraverso più strati.
Poi vengono il colore e le tonalità. E nel bianco la questione diventa particolarmente interessante, perché ciò che vediamo nell’abito finito non dipende necessariamente da un unico tessuto. La stratificazione può modificare la tonalità, la profondità e persino la percezione della superficie.
Sono decisioni che difficilmente saranno riconoscibili una per una nell’abito finito.
Ed è giusto così.
La materia deve permettere alla linea di funzionare, al colore di avere la profondità desiderata e all’abito di comportarsi come era stato pensato. La scelta del tessuto, quindi, è già parte della costruzione.
Durante questo percorso succede anche una cosa che ci diverte osservare. Alcune spose acquisiscono quasi senza accorgersene un piccolo vocabolario dei tessuti.
«Ah, ecco com’è la georgette».
Oppure: «Mi fate vedere l’organza?».
Magari fino a quel momento organza era soltanto una parola letta sotto la fotografia di un abito. In atelier diventa una materia da vedere, toccare e confrontare con un’altra.
Naturalmente una sposa non deve conoscere i tessuti per poter scegliere il proprio abito. Quella competenza spetta a noi. Ma durante il percorso qualcosa rimane, e una parola astratta comincia ad avere consistenza, peso e comportamento.
Il resto del progetto, come l’incontro con la sposa, la ricerca della linea, le prove e molte delle decisioni che accompagnano lo sviluppo dell’abito, appartiene a entrambe.
E poi entrambe sappiamo cucire.
Oggi cuciamo anche molto. Non perché consideriamo indispensabile che chi progetta un abito debba eseguire personalmente ogni sua cucitura. Semplicemente, nella nostra realtà il lavoro è organizzato così.
Quello che conta è un’altra cosa: conosciamo le fasi attraverso le quali un’idea diventa un capo perché sappiamo materialmente come si realizzano.
Prima viene la donna
Quando incontriamo una sposa, non partiamo dal dettaglio.
La prima cosa che guardiamo sono le proporzioni.
Cerchiamo la linea capace di valorizzare quel corpo concreto. Poi arriva il tessuto adatto a quella linea. I dettagli vengono dopo.
Ma nel frattempo dobbiamo aver capito anche la persona.
Il suo modo di vedersi, ciò in cui si sente a proprio agio, il tipo di matrimonio che sta preparando, l’immagine di sposa nella quale può riconoscersi e quella che invece non le appartiene affatto.
Per questo due donne possono entrare nello stesso atelier e uscirne con abiti che sembrano provenire da mondi completamente diversi.
Non abbiamo una forma da imporre.
Abbiamo un processo attraverso il quale cercarla.
Quando l’abito ancora non è un abito
C’è un momento di questo processo che incuriosisce quasi sempre le nostre spose: la prima prova in tela.
La tela non è bella nel senso tradizionale del termine. Non è il tessuto scelto per il matrimonio, non ha le rifiniture e non ha ancora i dettagli che caratterizzeranno l’abito finito.
È un prototipo.
Eppure affascina.
Forse perché proprio in quel momento diventa evidente qualcosa che fino ad allora era rimasto soprattutto nelle parole e nei disegni: quell’abito sta nascendo da zero per quella persona.
La linea può essere osservata sul corpo, discussa e corretta. Un volume può cambiare. Una proporzione può essere spostata. Una soluzione che sembrava giusta può essere ripensata.
La tela non è ancora l’abito, ma è forse il momento in cui la sposa capisce meglio come nascerà il suo abito.
Quello che alla fine non si vede
La sartoria ha sempre avuto i suoi accorgimenti.
Rinforzi, stratificazioni, costruzioni interne, piccoli interventi sulla materia: soluzioni tecniche che non sono destinate a essere viste, ma a produrre un risultato.
Anche oggi gran parte del lavoro che sta dietro un abito finito scompare proprio quando il lavoro è riuscito.
La sposa non deve riconoscere dove abbiamo corretto una proporzione, quale tessuto sostiene quello che vede, perché un determinato pezzo è stato tagliato in un certo modo o quale soluzione è nascosta all’interno.
Dietro una linea che alla fine sembra naturale ci sono molte decisioni che non si vedono più.
E forse è proprio questa una delle caratteristiche del mestiere: non tutto ciò che ha valore deve necessariamente mostrarsi.
«Ah, è qui che lavorate?»
Il laboratorio del nostro atelier è separato dallo spazio nel quale riceviamo le clienti da un grande separé bianco, ma non è nascosto.
Alla fine dell’appuntamento, uscendo dal salottino delle prove, lo sguardo arriva facilmente anche lì.

E capita spesso di sentire:
«Ah, è qui che lavorate?»
E subito dopo:
«Fate tutto voi?»
La risposta sembra fare piacere.
Una sposa non ha bisogno di dividere il lavoro sul proprio abito nelle diverse competenze professionali che lo compongono. Modellistica, conoscenza dei materiali, taglio, confezione e prove sono distinzioni importanti per noi; per lei appartengono giustamente allo stesso processo.
Ciò che percepisce è qualcosa di molto più immediato:
il mio abito nasce qui.
Non viene mandato altrove dopo una prova per poi ricomparire alla successiva. Rimane nello stesso luogo nel quale è stato pensato e provato, seguito dalle persone che conoscono le ragioni delle scelte fatte lungo il percorso.
Forse è proprio per questo che vedere il laboratorio suscita tanta curiosità. Rende visibile, per un momento, una parte del mestiere che nell’abito finito non si vedrà più.
Sarte, quindi?
Sì, certamente.
E forse è curioso che la parola couturier, che oggi può sembrare molto più altisonante, ci riporti alla fine proprio lì: alla cucitura, al mestiere, al saper fare.

Nel tempo a quel mestiere si sono aggiunti il progetto, la visione, la capacità di concepire un abito e di governarne la realizzazione.
È questa continuità che ci interessa.
Non il titolo.
Perché progettare e realizzare non sono necessariamente due mondi separati. Possono essere competenze diverse e tuttavia appartenere allo stesso sapere e allo stesso processo.
Nel nostro piccolo atelier succede ancora così.
Poi naturalmente, durante la prossima prova, squillerà di nuovo un telefono.
«Ti richiamo, sono dalle sarte».
Va benissimo.
Anche se «sono in atelier» continua a piacerci un pochino di più.

Elena Petunina
Cofondatrice di Talea Couture
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