
Tra venerdì e sabato sono entrate nel nostro atelier tre future spose molto diverse tra loro.
Venerdì abbiamo incontrato Chiara. Sabato, Bianca e Fausta.
Al momento in cui scrivo, nessuna delle tre ha ancora scelto il proprio abito. Sono all’inizio della ricerca, faranno altri giri, vedranno altre proposte, confronteranno altre possibilità. Ed è giusto che sia così.
Non sappiamo se torneranno da noi.
Ma non è questo il punto della storia.
Ci interessa quello che è già successo durante questi tre primi incontri: tre donne sono entrate con idee, dubbi e aspettative completamente diversi e, parlando e provando, qualcosa ha cominciato a prendere forma.
Come scegliere l’abito da sposa, del resto, è una domanda che può avere risposte molto diverse.
Non ancora un abito.
Una direzione.
È quello che cerchiamo durante il primo incontro in atelier. Non partiamo necessariamente dal modello. Parliamo della sposa, del matrimonio, del luogo, di quello che le piace e di quello che non immaginerebbe mai per sé. Poi decidiamo come procedere.
Qualche volta la direzione arriva quasi subito. Qualche volta bisogna cercarla.
E anche il modo di cercarla cambia da una sposa all’altra.
«Basta che mi stia bene»
Per Chiara era il primo appuntamento in assoluto per l’abito da sposa.
È arrivata con la mamma e senza fotografie, modelli salvati o idee particolari. Alla domanda su che cosa cercasse, la risposta era molto semplice:
«Basta che mi stia bene.»
La mamma ha aggiunto: «E che sia elegante».
Stop.
Chiara è piccolina, molto esile, con poco seno. Con la gonna abbiamo trovato abbastanza velocemente la direzione. La parte superiore, invece, è diventata un piccolo disastro.
Abbiamo provato uno scollo a V con bretelle sottili. Un modello che piace a moltissime donne e che, sulla carta, poteva sembrare adatto anche a lei.
Su Chiara era terrificante.
Però ci ha fatto capire immediatamente una cosa: la parte superiore doveva essere più chiusa.
Abbiamo provato un girocollo con la spalla larga.
Sembrava una poverella.
Poi ci è venuta in mente Audrey Hepburn
A quel punto Chiara ha cominciato comprensibilmente ad andare un po’ in crisi. Anche noi, ma abbiamo fatto finta di niente.
Poi l’illuminazione: Audrey Hepburn.
Piccolina, esile, poco seno. Come vestiva una figura del genere Hubert de Givenchy?
Con lo scollo a barchetta.
Lo stavamo dicendo alla mamma mentre Tania, in camerino, faceva indossare a Chiara un nostro top di prova con la barchetta davanti e una V profonda sulla schiena.
«Adesso vediamo se aveva ragione Givenchy.»
Chiara è uscita.
Ta-tam.
Aveva ragione.
Si sono illuminate Chiara e sua mamma. E, a dire il vero, anche noi.
Non avevamo semplicemente trovato uno scollo che le stava meglio. Improvvisamente quella figura piccola ed esile, che nelle prove precedenti sembrava quasi scomparire dentro l’abito, aveva acquistato carattere.
Chiara non poteva chiederci uno scollo a barchetta perché non sapeva ancora che fosse ciò che cercava.
Adesso lo sa.
E la cosa divertente è che proprio lo stile di Audrey Hepburn ci aveva fatto ragionare in passato su quanto uno scollo apparentemente semplice possa cambiare l’equilibrio di una figura.
Abbiamo mandato a Chiara il nostro disegno con la proposta.
Vedremo che cosa succederà.

Quando l’idea dell’abito c’è già
Bianca è arrivata invece con un’idea abbastanza precisa e attraverso il passaparola: avevamo già realizzato qualcosa per una sua futura parente.
È venuta con la mamma.
Con lei non abbiamo provato nessun abito. Il modello che aveva in mente era già abbastanza chiaro e abbiamo preferito partire direttamente da lì, ragionando sui tessuti più adatti a realizzarlo.
Abbiamo trovato quasi subito quello giusto.
Anche il modello che desidera è fattibile. Le abbiamo spiegato però che possiamo partire dall’abito che le piace, ma non lo copieremo: ne faremo la nostra interpretazione.
Per lei andava benissimo.
Sembrava quindi una situazione decisamente più definita di quella di Chiara.
Poi abbiamo continuato a parlare.
Dal vestito al resto del matrimonio
Il matrimonio sarà in Grecia, anche se non è ancora deciso se ad Atene oppure tra Itaca e Cefalonia.
Bianca vorrebbe indossare il velo della nonna. È bordato, ma a lei sembra un po’ vuoto e non ha ancora capito bene come venisse fissato sulla testa. Le abbiamo detto di portarcelo: possiamo studiarlo, capire come indossarlo ed eventualmente trovare un modo per completarlo senza snaturarlo.
Poi è comparso un altro abito di famiglia, della mamma o della nonna, che vorrebbe valutare per la cena prima del matrimonio.
Non è la prima volta che ci capita: recuperare un abito da sposa vintage o di famiglia per un altro momento del matrimonio è un’idea che incontriamo sempre più spesso.
E poi ci sarebbero quattro damigelle adulte, possibilmente nello stesso tessuto ma con modelli diversi secondo le loro fisicità.
Cinque damigelle piccole.
Due testimoni.
E l’abito della mamma da coordinare.
Naturalmente questo è il punto di partenza, non un programma già stabilito. Strada facendo qualcosa potrà rimanere, qualcosa cambiare e qualcosa essere abbandonato.
Ed è proprio questo che ci interessa.
Bianca è arrivata con un’idea dell’abito molto più precisa di Chiara, ma durante la conversazione intorno a quell’abito ha cominciato ad apparire un intero mondo.
Il nuovo e ciò che appartiene alla famiglia. Persone ed età diverse. Una cena, una cerimonia, un gruppo che potrebbe essere coordinato senza diventare uniforme.
La tradizione, in questo caso, non viene semplicemente rispettata oppure rifiutata.
Viene scelta.
Qualcosa si conserva, qualcosa si trasforma, qualcosa si fa completamente nuovo.

«La sposa sono io»
Fausta aveva invece prenotato un appuntamento per un abito da cerimonia.
Noi aspettavamo quindi la mamma della sposa o dello sposo.
Quando è entrata accompagnata da un’amica, abbiamo rapidamente cambiato ipotesi: forse la sorella.
Invece la sposa era lei.
Fausta cerca un abito colorato e quindi, molto semplicemente, quando ha prenotato non lo ha collocato nella categoria “abito da sposa”, ma in quella degli abiti da cerimonia.
Già questo ci è sembrato interessante.
Il modello, invece, Fausta lo immagina abbastanza bene: una linea tipo sottoveste, con uno spacco. Ha un bel décolleté e una gamba tonica e vuole valorizzarli.
Non le abbiamo fatto provare abiti. Abbiamo preferito lavorare con alcune delle nostre tele, perché si avvicinavano molto di più alla linea che aveva in mente.
C’era soprattutto un dettaglio al quale teneva: la forma della scollatura. Voleva vederla bene su di sé, non soltanto immaginarla.
Così abbiamo preso una tela e abbiamo cominciato a ritagliarla direttamente su di lei, modificando lo scollo finché abbiamo trovato la forma giusta.
Fausta è una donna spiritosa e disinvolta e tutto l’appuntamento ha avuto un’atmosfera molto rilassata, con parecchie risate. Parlando di ciò che voleva valorizzare, a un certo punto ha riassunto perfettamente il concetto:
«Devo sparare le ultime cartucce.»
Un abito tra il bosco e il mare
Restava il colore. Era indecisa soprattutto fra verde e blu.
A quel punto è entrato in gioco il matrimonio.
La cerimonia sarà celebrata in una piccola chiesa antica, in un bosco di montagna a circa mille metri. Poi tutti scenderanno fino a Pizzo Calabro per il ricevimento: festa al mare, tarantella e tutto il resto.
Le abbiamo consigliato il blu.
Non perché il blu sia più elegante, più appropriato o più “da sposa” del verde.
Per una ragione molto più concreta: durante la cerimonia Fausta sarà circondata dal verde del bosco e un abito verde rischierebbe di confondersi con lo sfondo. Il blu invece si distingue e, qualche ora dopo, arrivati al mare, continua a funzionare perfettamente.
Del resto il colore in un abito da sposa non vive mai isolato: cambia con la persona, la luce e tutto ciò che gli sta intorno.
Bosco, mare, chiesetta, tarantella, décolleté, gamba tonica e ultime cartucce comprese.
Perché un abito non vive soltanto sulla persona che lo indossa. Vive anche dentro la giornata per la quale è stato pensato.

Tre spose, tre punti di partenza
Chiara non sapeva cosa volesse. Sapeva soltanto che l’abito doveva starle bene.
Bianca sapeva abbastanza bene quale abito immaginava. Non aveva bisogno di provare altri modelli: siamo partite direttamente dai tessuti. Poi, intorno a quell’idea, sono cominciate ad apparire altre persone, altri abiti, ricordi di famiglia e possibilità.
Fausta sapeva che tipo di abito voleva e che cosa desiderava mettere in evidenza di sé. Per lei non serviva provare abiti già fatti: servivano le tele, fino a ritagliare direttamente sul corpo quella scollatura che per lei era così importante.
Tre punti di partenza quasi opposti.
E anche tre modi diversi di lavorare durante un primo appuntamento.
Con Chiara abbiamo avuto bisogno di provare.
Con Bianca siamo partite dai tessuti.
Con Fausta abbiamo tagliato una tela direttamente su di lei.
Non esiste una procedura uguale per tutte, perché non esiste un unico punto dal quale comincia la scelta.
Quando tutto è possibile
Probabilmente non c’è mai stata tanta libertà nella scelta dell’abito da sposa.
Si può indossare un grande abito bianco con il velo della nonna oppure una sottoveste blu. Un tailleur, un abito corto, un vestito minimalista, qualcosa di trasformabile. Si può recuperare un abito di famiglia oppure partire da zero.
È una libertà bellissima.
Ma non rende necessariamente più semplice scegliere.
Quando esisteva un codice più rigido, la scelta avveniva in gran parte dentro quel codice. Oggi ogni donna può costruire personalmente il proprio.
E allora alla domanda «mi sta bene?» se ne aggiunge un’altra, molto più difficile:
«Mi rappresenta?»
Forse è anche per questo che incontriamo contemporaneamente spose con cinquanta immagini salvate e spose come Chiara, che non ne portano nemmeno una.
Le prime devono selezionare.
Le seconde devono scoprire.
E molto spesso entrambe devono fare un po’ delle due cose.
Il disegno non è la fine del progetto
Dopo il primo incontro prepariamo un disegno.
Lo accompagniamo con i materiali che proponiamo e con il preventivo. È una parte molto concreta del nostro lavoro: serve alla sposa per vedere riassunto ciò di cui abbiamo parlato e per poter valutare la nostra proposta.
Ma quel disegno non è mai definitivo.
Se la sposa decide di proseguire con noi, cominciano le prove. Ed è proprio durante le prove che l’abito continua a evolvere.
Può cambiare una proporzione. Può comparire un dettaglio al quale non avevamo pensato. Qualcosa che sembrava importante può diventare improvvisamente inutile. Qualche volta può emergere persino una soluzione diversa da quella immaginata all’inizio.
Lasciamo sempre aperta questa possibilità.
Perché una cosa è immaginare un abito e un’altra è vederlo progressivamente prendere forma sul corpo della persona per la quale lo stiamo costruendo.
Il disegno, quindi, non stabilisce definitivamente come sarà l’abito.
Dà una prima forma alla direzione che abbiamo trovato insieme.
Tre disegni, nessun abito finito
Ed è per questo che abbiamo deciso di illustrare questo articolo soltanto con i tre disegni preparati per Chiara, Bianca e Fausta.
Niente fotografie di abiti finiti.
Perché gli abiti, in questo momento, non esistono.
Esistono conversazioni, prove, tessuti toccati, tele ritagliate sul corpo, qualcosa che ha funzionato e qualcosa che abbiamo scartato. Esistono un velo della nonna, un bosco, una festa al mare, una frase detta ridendo davanti allo specchio. A volte persino il ricordo improvviso di come Givenchy vestiva Audrey Hepburn.
Questa volta ci fermiamo prima
Normalmente raccontiamo un abito quando tutto è già successo: il progetto è stato scelto, il tessuto tagliato, le prove finite, il matrimonio celebrato.
Questa volta volevamo fermarci un po’ prima.
Non sappiamo ancora se realizzeremo tutti e tre questi abiti. Forse sì, forse no. Chiara, Bianca e Fausta stanno scegliendo e noi siamo soltanto una parte del loro percorso.
Ma quello che è successo durante questi primi incontri esiste comunque.
Una scelta ha cominciato a prendere forma davanti a noi.
E forse è proprio questo il momento più difficile da raccontare del nostro lavoro: quello in cui l’abito non c’è ancora, ma non è più soltanto una possibilità fra tante.
Ha già cominciato a diventare il suo abito.

Elena Petunina
Cofondatrice di Talea Couture
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