Qualche tempo fa mi capitò di leggere un breve racconto, quasi una parabola.
Una coppia visita un grande parco. All'ingresso il bigliettaio spiega che il biglietto costa di più perché è un giorno di festa.
Gli alberi sono magnifici. Le rose in piena fioritura. Il cielo è limpido. Il lago riflette il sole.
Eppure, della festa, non c'è traccia.
Niente musica.
Niente spettacoli.
Niente bandiere.
Prima di uscire, la coppia torna dal vecchietto.
«Ma la festa dov'era?»
Lui sorride.
«Era tutto intorno a voi.»
Quel racconto mi è tornato in mente pensando a un’altra festa.
Il matrimonio.

In fondo è una festa come tante.
Si invitano le persone care.
Si mangia insieme.
Si brinda.
Si fanno fotografie.

Eppure c’è una differenza che non troviamo in nessun’altra occasione.
Solo una persona indossa un abito completamente diverso da quello di tutti gli altri.
Perché?
La domanda sembra semplice.
La risposta, forse, un po’ meno.
Molte future spose se lo chiedono.
Ha davvero senso dedicare mesi alla ricerca di un abito che si indosserà una sola volta?
È una domanda legittima.
E forse vale la pena fermarsi un momento prima di rispondere.
Nella vita attraversiamo tanti ruoli.
Siamo figlie, sorelle, amiche, professioniste, madri, nonne.
Alcuni ruoli li scegliamo.
Altri arrivano quasi senza accorgercene.
Esistono anche abiti che rappresentano questi ruoli.
Il camice di un medico.
La toga di un magistrato.
La divisa di un militare.
Sono uniformi.
Devono essere uguali.
Non raccontano una persona.
Raccontano una funzione.
L’abito da sposa, invece, fa esattamente il contrario.
Non esiste “la sposa” come esiste “il medico”.
Esiste quella donna.
Con la sua storia.
Con il suo carattere.
Con il suo modo di amare.
Per questo il suo abito non dovrebbe essere un’uniforme.
Dovrebbe essere unico.
Non necessariamente ricco.
Non necessariamente bianco.
Non necessariamente lungo.
Non esiste un solo modo di essere sposa. Esiste il proprio.
È quello che, da tempo, chiamiamo Versione Sposa.
Può essere una nuvola di tulle

oppure una linea essenziale

Un completo con i pantaloni

o persino rosso

Cambia la forma. Non cambia il significato.
Perché il ruolo della sposa è particolare.
È uno dei pochi ruoli della vita che scegliamo consapevolmente e che viviamo, almeno quella prima volta, senza alcun termine di paragone.
E che viviamo una sola volta in quella forma.
Anche quando la vita ci porta verso un secondo matrimonio, non è la ripetizione del primo.
È una storia diversa.
Una persona diversa.
Un’altra scelta.
Mio padre parlava poco. Era un uomo sorridente, ma misurava le parole. Forse è anche per questo che una frase, detta una sola volta, mi è rimasta impressa.
«Con te abbiamo provato tutto per la prima volta.»
Aveva ragione.
Le prime volte hanno un peso speciale.
Non perché siano migliori.
Perché cambiano qualcosa.
Forse è proprio questo il motivo per cui, da secoli, continuiamo a creare un abito speciale per il matrimonio.
Non perché il matrimonio abbia bisogno di un abito.
Ma perché noi esseri umani sentiamo il bisogno di dare una forma visibile ai passaggi importanti della nostra vita.
Qualcuno sceglie una cerimonia semplice.
Qualcuno si sposa in Comune con un vestito già nell’armadio.
Qualcun altro desidera un abito pensato solo per quel giorno.
Sono tutte scelte legittime.
Perché non è l’abito a rendere importante un matrimonio.
È il significato che attribuiamo a quel giorno.
E forse è proprio questa la differenza più grande.
Le uniformi rendono uguali.
L’abito da sposa rende unica una persona.
Per questo, quando realizziamo un abito, ci piace dire che è su misura in tutti i sensi.
Non soltanto nelle misure del corpo.
Ma nella storia che racconta.


Elena Petunina
Cofondatrice di Talea Couture
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