
A Milano gli abiti da sposa non mancano. Anzi.
Basta fare una ricerca per rendersene conto: atelier, boutique, marchi, collezioni, trunk show, outlet. Poi ci sono Instagram, Pinterest, le fotografie dei matrimoni, le sfilate. Probabilmente nessuna sposa prima d’ora ha avuto davanti agli occhi tanti abiti come una sposa di oggi.
E noi, in tutto questo, continuiamo a farne altri.
La domanda, ogni tanto, dovremmo farcela anche noi: c’è davvero bisogno di un altro abito da sposa?
Se dovessimo semplicemente aggiungerne uno a quelli che esistono già, probabilmente no.
Quanti abiti servono?
Nel nostro atelier non ci sono file di abiti appesi. Non abbiamo taglie da cercare in magazzino e neppure una collezione dalla quale scegliere il modello numero 12 invece del numero 17.
Ci sono tessuti, tele di prova, manichini, disegni. E alcuni abiti di campionario, naturalmente: servono per provare una linea, capire un volume, vedere come si comporta un tessuto sul corpo.
È curioso: lavoriamo in un mercato forse persino troppo pieno di abiti e il nostro lavoro comincia spesso da uno spazio vuoto.
Sul tavolo può esserci un foglio bianco.
Sul manichino, una tela.
E davanti a noi una donna che magari di abiti ne ha già visti moltissimi.
Quando tanta scelta non basta
A prima vista gli abiti da sposa sembrano diversissimi. Cambiano i tessuti, le scollature, le maniche, i volumi, i dettagli.
Poi, dopo averne guardati tanti, si comincia ad avere la sensazione di averli già visti.
Non perché siano tutti uguali. Ma perché spesso appartengono allo stesso immaginario della sposa, interpretato ogni volta in modo leggermente diverso. Eppure non esiste un solo modo di essere sposa.
Per molte donne va benissimo così: trovano quello che cercano e se ne innamorano.
Altre continuano a guardare.
Ed è qui che la quantità smette di essere necessariamente un vantaggio. Non perché ci siano troppe possibilità, ma perché nessuna di quelle possibilità risponde esattamente alla domanda che quella donna sta facendo.
Anche noi siamo il mercato
Sarebbe abbastanza comodo parlare di un mercato saturo come se noi fossimo da un’altra parte.
Non lo siamo.
La Nuova Sartoria è nata nel 2002 e da allora di abiti da sposa ne abbiamo fatti parecchi. Anche noi abbiamo aggiunto abiti a un mondo che certamente non ne aveva bisogno in senso quantitativo.
La differenza che cerchiamo, e che ogni volta dobbiamo riconquistare, sta nel motivo per cui ne facciamo ancora uno.
Non per riempire una gruccia vuota.
La gruccia, all’inizio, può tranquillamente rimanere vuota.
Il lusso dello spazio vuoto
Forse, in un mercato saturo, lo spazio vuoto acquista un valore particolare.
Permette di non partire da ciò che esiste già.
Di scegliere prima il tessuto e poi la forma. Di decidere che una giacca è più giusta di un corpino, che servono dei pantaloni, che il pizzo deve potersi togliere, oppure che non serve assolutamente niente oltre a un bel tessuto e a un taglio preciso.
Non significa necessariamente inventare qualcosa che nessuno abbia mai visto.
Questa sarebbe una pretesa piuttosto ingenua dopo secoli di storia dell’abito.
Significa fare qualcosa di molto più piccolo e concreto: non aggiungere un abito al mercato, ma fare l’abito che mancava a una persona.
E allora, ce n’è bisogno?
Di un altro abito da sposa in assoluto, forse no.
Di quello che ancora non esiste per una donna precisa, qualche volta sì.
Forse è questa la risposta che possiamo dare dopo tanti anni di lavoro.
Il mercato può essere pieno.
Il nostro lavoro, invece, continua ancora molto spesso da un foglio bianco.


Elena Petunina
Cofondatrice di Talea Couture
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